La comunicazione ai tempi di WhatsApp

Da bravo grafomane prolisso, nutro una certa repulsione verso la messaggistica istantanea e il suo modo di comunicare sintetico e poco esaustivo.

Come tutte le cose social, rappresenta l’eccesso comunicativo che tende a comunicare poco (!). Quindi bisogna leggere molto tra le righe, lasciando perdere la logica. Evitare di prendere alla lettera, e cogliere uno (spesso fumoso) senso generico.

Odio questo modo di comunicare!, e riconosco di essere un dinosauro.

Però mi piaccio così come sono… Anche se a volte piglio delle cantonate. Ecco un esempio alquanto banale, che però mi ha fatto sorridere.

Galeotta fu la mozzarella

E’ sera, e mia moglie Michela esce un po’ tardi dal lavoro e mi comunica che andrà  a salutare i suoi prima di venire a casa.

Decodificando il messaggio, significa che metterà piede in casa ad orari antelucani.

Ci accordiamo quindi – rigorosamente via WhatsApp – per cene separate.

Ovviamente lei non avrà molta voglia di cucinare quando arriva (come darle torto); quindi si discute di una mozzarella di bufala che abbiamo nel congelatore, oppure qualche altra alternativa.

Mi viene in mente che potrebbe passare a prendersi la pizza da asporto tornando da casa dei suoi, e glielo scrivo.

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Quando Michela arriva a casa, apre il congelatore… e se la prende con me perché non c’è nessuna pizza surgelata lì dentro.

Pizza?, le dico, io pensavo che tu parlassi della mozzarella!, infatti – prima di risponderti “Sì!” – sono andato a controllare se c’era…

C’è logica e logica

Ecco la differenza.

Lei, che ha una mente molto più elastica della mia (nonché otto anni in meno), dava per scontato che la mozzarella surgelata ci fosse, e dava altrettanto per scontato che la sua domanda si riferiva ad una pizza preconfezionata.

“Del resto”, mi ha detto poi con la sua logica tetragona, “non ti chiedo se c’è qualcosa che già so esserci”.

Io invece ho risposto seguendo il filo logico del discorso: cito la mozzarella per ultima e ti passo la parola, quindi mi aspetto che – se tu non specifici il soggetto – tu ti riferisca al latticino. Ritengo che tu me l’abbia chiesto perché non sei sicura che sia davvero nel congelatore, quindi controllo, e ti rispondo che c’è.

Chi ha ragione?

Lei, sicuramente. Lungi da me voler subodorare il contrario.

Ma nulla mi toglie dalla testa, però, che spesso un soggetto in più nella frase aiuterebbe a sciogliere molti fraintendimenti.

La comunicazione è una cosa molto delicata: se tu semplifichi, non è assolutamente detto che io mi adegui e recepisca. 

Strumenti come WhatsApp, a parer mio, non agevolano per nulla tutto questo.

Poi, vabbé, in futuro vedremo di avere qualche pizza surgelata sempre pronta nel congelatore… 😀

Gli insopportabili silenzi

BMWHUWW

Non sono mai stato un chiacchierone.

Mia madre, anzi, ama definirmi <<un orso, come tuo padre>>. Mia moglie è sostanzialmente d’accordo! E io pure: non mi definirei “taciturno”, ma di sicuro non ho quella logorrea che caratterizza molte persone (e mi caratterizza quando quando scrivo).

Alcuni invece, e lo sappiamo bene, non vedono l’ora di attaccar bottone.

Sono un po’ dappertutto: sugli autobus, nelle sale d’aspetto, nella cerchia dei conoscenti… persone che, evidentemente, trovano insopportabile il silenzio.

E allora parlano.

Poco importa il cosa!, l’importante è chiacchierare e non lasciare che quella terribile cortina del silenzio cali su di noi.

Di solito, io affronto queste situazioni con una certa insofferenza. Me ne rendo conto, ma è più forte di me. Ho sempre pensato alla comunicazione come ad una cosa terribilmente seria: la si usa per un fine ben preciso, non “a perdere”. Parlare di banalità, è, per me, uno spreco di tempo.

L’insofferenza tende poi a trasformarsi in irritazione – e di nuovo non lo nego – quando l’interlocutore parla per volerti convincere di qualcosa.

Perché esistono quelle persone che devono per forza “dimostrarti” quanto sono in gamba. Qualunque cosa tu abbia fatta, loro l’hanno fatta prima e soprattutto meglio di te. Ti parlano delle loro vite, di quanto sono bravi sul lavoro, dell’esercizio fisico, della loro dieta, di questo e di quello… Manco fosse il Giudizio Universale e si trovassero di fronte al Padreterno a giustificarsi.

Io, comunque, ascolto. Raramente sbotto; più spesso lancio qualche segnale (tipicamente ignorato); ma comunque ascolto.

Mia madre (sempre lei, molto saggia) dice che ascoltare è molto importante. E’ una cosa che eleva. E’ un dono.

Ha sicuramente ragione. Però invariabilmente mi domando: ma è poi davvero così terribile, il silenzio?