Il ritorno su Facebook (ma con giudizio)

A Luglio ho aderito all’iniziativa “99 days of freedom”: 99 giorni senza Facebook. Ne ho discusso a suo tempo, in questo post.

Un mese dopo avevo fatto anche questo punto della situazione. Dove maturavo (in modo nemmeno troppo sommerso) l’idea di mollare per sempre questo social network.

A distanza di circa due mesi, ho cambiato idea.

Insomma, rientro…

…ma dalla porta di servizio. Nel senso che questi 99 giorni non sono stati inutili, e mi hanno insegnato diverse cose. Come spesso capita quando un oggetto o una persona non ce l’hai più, rifletti veramente sul valore del rapporto con quell’oggetto o quella persona.

A mio modo di vedere – e considerato che non uso Facebook per fini commerciali – questo social ha “solo” due frecce al proprio arco:

  1. E’ diffusissimo. Anche chi sostiene di non avere un profilo su FB, o ce l’ha sotto mentite spoglie, o l’ha avuto.
  2. Ha strumenti di comunicazione molto efficaci. Penso non tanto alla messaggistica, quanto alle notifiche ed anche agli eventi.

Dunque, trovo che Facebook sia molto utile per estendere la propria rete di contatti, e allungare l’onda della propria comunicazione.

In questo senso, è decisamente potente.

Io amo Twitter e lo preferisco alla grandissima; ma è una cosa diversa (qualcuno ha scritto che “su Facebook segui le persone perché le conosci, su Twitter le segui perché condividi gli stessi interessi”).

Detto dei vantaggi, bisogna anche citare alcune nefaste caratteristiche di Facebook in cui talvolta incappavo pure io (come soggetto attivo intendo), e che mi riprometto di evitare come la peste bubbonica.

Che io ci riesca in pieno, lo dirà il tempo; intanto, però, ne faccio un proposito:

1. Farmi i c@xxi altrui

E’ inutile essere ipocriti, Facebook è nato per quello e quasi tutti lo usano anche per quello: farsi gli affari degli altri.

  • “Ma guarda!, Tizio ha fatto un incidente, ha messo anche le foto dell’auto ammaccata!”; 
  • “Ah, Sempronia è poi incinta?”;
  • “Com’è invecchiato Caio!”; “
  • “Ma pensa te, cosa mi combina Abelardo…”;

…e così via.

Siamo esseri umani, e quindi irresistibilmente attratti dall’idea di sapere come se la passano i nostri simili. Magari nella speranza che stiano come o peggio di noi, che si sa, “mal comune mezzo gaudio”.

Come diciamo a Bologna: “bona lè”, basta.

Massimo rispetto per le vite degli altri; ma ognuno ha la sua.

2. Evitare il pulpito

Altro uso classico di Facebook: dar voce al proprio Ego, sparandola grossa.

Oggi mi gira male verso – che so io – i vigili?, e allora zac!, scatta lo “stato”: possibilmente a metà tra il nevrotico e il lamentoso, e nella speranza di accumulare tanti “Mi piace”.

L’Ego si manifesta spesso anche inventando storie pazzesche su quello che ci è appena capitato (dico così perché certe cose non succedono neanche al ragionier Fantozzi), insomma “fare il simpaticone” sempre con la speranza di avere tanti “Mi piace”.

Ma si vince qualcosa, all’ottantesimo “Mi piace”? Abbiamo così poca stima di noi stessi, da necessitare questo tipo di approvazione per sentirci bravi?

3. Evitare sciikimiki e affini

Mi sarà molto facile evitarlo, perché non sono mai cascato: diffondere improbabili bufale mediante un uso ossessivo-compulsivo del tasto “Condividi”.

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Ché di bufale si tratti, non serve Guglielmo Marconi per capirlo. Solo un microcefalo può credere che qualcuno sparga delle scie chimiche velenose dagli aerei di linea. Dài, su.

Ma che si tratti di quello o della dieta alcalina o dei chip sottopelle, sta di fatto che Facebook è una cassa di risonanza abnorme per queste cretinaggini prive di qualunque fondamento scientifico.

Come dice quel proverbio, “L’ignoranza non uccide, ma fa sudare parecchio”. Già prima me ne tenevo alla larga; ma ora eviterò anche di perdere tempo per confutarle.

4. Ignorare le provocazioni

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Chi mi conosce sa che non ho il carattere del provocatore: tendo ad essere una persona abbastanza equilibrata e tranquilla.

Purtroppo, però, faccio una fatica terribile a non rispondere alle provocazioni: mi prudono le dita… ed alla prima riga inviata, la quiete è già finita: inizia il botta-e-risposta.

C’è chi si diverte senza farsi il fegato centenario, ma non è il mio caso.

Anche perché quasi sempre queste discussioni sono inutili. Battaglie sul nulla… che tanto la testa altrui non si cambia, così come non cambierà la mia.

Esistono modi decisamente più creativi ed intelligenti per perdere il proprio tempo.

Anche qui: “bona lè”.

Insomma…

Il 18, Sabato, scadono i fatidici 99 giorni. E mi potrete ritrovare qua!

“Oh, ma come c@xxo guidi?”

Sabato mattina.

Sono in scooter e mi sto dirigendo verso il centro di Bologna, con l’amico Fabio che mi segue in moto.

Infatti ci apprestiamo ad una bella seduta fotografica per il nostro progetto “C’era… oggi”.

Il centro è pedonalizzato, e l’ultimo tratto di via Ugo Bassi non è accessibile. Mi predispongo quindi per svoltare a sinistra in via Oleari, e di lì a destra in via Montegrappa.

Arrivo al semaforo prima di girare a sinistra. Davanti a me ho un Suzuki Burgman guidato da un tizio che sembra la versione bolsa di Jabba The Huttsento il povero monocilindrico sbuffare a fatica. Ci fermiamo entrambi al rosso.

Scatta il verde. C’è un uomo quasi fermo a metà delle strisce pedonali; Jabba gli passa dietro, ma io sono più veloce e (arditamente) gli passo davanti.

Nel contempo, supero anche il Suzuki (probabilmente ci sarei riuscito anche a piedi) e giro a sinistra in via Montegrappa.

Sento suonare insistentemente.

Accosto per parcheggiare, e Jabba rallenta facendosi vicino. Poi minacciosamente esclama: “Oh, ma come c@xxo guidi?”. Quindi prosegue lentamente, continuando a fissarmi con aria di sfida.

Poi se ne va a nasare i meloni da qualche altra parte.

E’ un episodio come se ne vedono tanti, quasi quotidianamente, sulle nostre strade. Nulla di straordinario.

Mi domando, però, cosa spinga un essere umano a questo tipo di rimprovero truculento da stadio – con tanto di “rallento e ti fisso nelle palle degli occhi”.

Cui prodest?

Mi vengono in mente solo poche spiegazioni:

  • Forse Jabba voleva darmi una lezione di guida e di stile.

Ma non mi conosce, né poteva vedermi dato che avevo casco integrale e visiera antisole abbassata. Per quello che ne sa lui, potrei anche essere Machete in vacanza: sai che me ne frega?

  • Forse Jabba era in cerca di approvazione.

Ma non c’erano testimoni pronti ad applaudirlo, né troupe televisive disposte ad immortalare il suo valoroso gesto da moderno gladiatore.

  • Forse a Jabba giravano perché aveva litigato col partner/figlio/figlia/cane/frigorifero/lo-sa-Dio.

Ma non è che prendendosela con me, risolve il problema. Quando rientra a casa, quel problema sarà ancora lì che lo aspetta.

Sta di fatto che io, sinceramente, proprio non capisco cosa spinga una persona a prendersela in questo modo con un perfetto sconosciuto. 

Sarà che io, di carattere, son proprio diverso.

In situazioni analoghe, probabilmente borbotto qualche ingiuria tra me e me, più per esorcizzare l’eventuale spavento; ma il fare da tifoso al derby, proprio no. La mia manovra era illecita, ci mancherebbe; ma io al massimo – al posto suo – mi sarei limitato al clacson.

Però già lo vedo, Jabba, che lega lo scooter con la catena e soddisfatto gongola: “Gliel’ho fatta vedere io, a quello lì!”.

Bravissimo. Continua così.

Però mica son tutti come me. Ti auguro di incappare in uno peggiore di te…

machete

Le pagine del mattino

Dicevo del suggerimento di quel libro, circa lo scrivere tre pagine di getto la mattina.

Non è male, devo dire. E mi sentirei di consigliarlo!

La prassi è proprio semplice: tre pagine al mattino, appena svegli.

Su che cosa?, non ha importanza. Quello che passa per la testa. L’argomento non conta: può essere il pensiero del momento, quello che si dovrà fare, quello che non è stato fatto… ma l’importante è che sia un autentico flusso di coscienza, privo di filtri.

Non bisogna nemmeno rileggerle, queste pagine… almeno per un po’. Così dice l’autrice del libro. Bisogna scriverle e basta.

Lei lo chiama “drenaggio cerebrale”.

Sebbene le pagine del mattino possano essere talvolta piacevoli, sono più spesso negative, frammentarie, autocommiseranti, ampollose o puerili, rabbiose o ironiche, e possono persino suonare stupide. Bene!
(Julia Cameron)

Lo scopo di questo esercizio? Liberare l’artista che è in ciascuno di noi. Operare una guarigione creativa.

Siccome sono righe scritte in totale libertà e senza alcuna prescrizione o vincolo che non sia lo scrivere e basta, ecco che il “censore che risiede nel nostro cervello” se ne sta zitto e non si mette a sindacare sul prodotto delle nostre meningi.

Eppoi non è male, prendersi un momento per se stessi. Tre pagine di tempo per meditare da soli. No?

E’ importante però che sia fatto:

  • A mano: Julia Cameron raccomanda di non usare la videoscrittura perché velocizza eccessivamente il processo (“E’ come andare a 130 all’ora e dire: aspetta!, ma non era quella la mia uscita?”).
  • Al mattino: non al pomeriggio o alla sera, ma come prima cosa  – in modo da non farsi influenzare da ciò che è accaduto nel corso della giornata, ed essere più liberi.

Io ho iniziato da circa venti giorni. 

Tutte le mattine mi alzo un po’ prima, tempero la matita – mi piace il suono della matita sulla carta! – e scrivo.

Certo, non sempre c’è la voglia; e alcune volte, anzi, è quasi una seccatura: hai dormito male, ti gira storto, ti prende la fretta, non ti viene in mente niente…

Però a volte sorprendo me stesso, con quello che scrivo.  Cose banali, intendiamoci: non certo la dimostrazione del Teorema di Fermat! Però capita che, senza freni né obiettivi, le associazioni e le idee saltino fuori da sé. E non sono davvero niente male.

Provateci! 😉

The Leftovers

(Fonte: serialminds.com)

(Fonte: serialminds.com)

La prima serie di “The Leftovers” è appena finita (su Sky Atlantic) lasciando tonnellate di interrogativi e questioni irrisolte, come da tradizione del creatore Damon Lindelof (lo stesso di “Lost”).

Per chi non avesse visto questa fiction, riassumo in breve la trama, tratta dal libro “Svaniti nel nulla” di Tom Perrotta.

Un bel giorno, il 2% della popolazione (circa 140 milioni di persone) svanisce appunto nel nulla, improvvisamente, senza lasciare tracce. “The leftovers” racconta gli eventi a tre anni da questo trauma, illustrando le vite di diversi personaggi: tutti residenti nella medesima comunità (Mapleton), e tutti a doversi confrontare con la sparizione o con le conseguenze che essa ha direttamente o indirettamente determinato.

Le prime puntate sono un po’ lente, e confesso di averle seguite con fatica. Non è facile affezionarsi ai personaggi: i loro caratteri ed intrecci vengono rivelati man mano, goccia a goccia, millimetro per millimetro. Era poi la medesima caratteristica di “Lost”: si viene presi dal “come”, non tanto dal “cosa”.

Verso metà serie, comunque, si comincia ad avere un quadro più completo dei personaggi, che – devo dire – sono proprio azzeccati. E si viene rapiti! Perché c’è un po’ di tutto: chi non si rassegna, chi invece lo fa, chi impazzisce, chi sembra essere pazzo ma non lo è, chi viene redento, chi sceglie di non esserlo… La scelta degli attori poi aiuta parecchio, così come la musica, e in generale bisogna dire che questa serie è confezionata proprio bene.

Ed è anche molto molto ben scritta, è chiaro. Per esempio, trovo molto valida l’idea di concentrare in un’unica puntata (la penultima) il flashback dei personaggi e delle loro vite subito prima della sparizione – anziché “spalmare” queste immagini lungo tutta la serie come in “Lost”. A mio parere, questa puntata è forse la migliore di tutte.

“The Leftovers” insomma si lascia guardare con  grande trasporto (parlo per me) e s’è certamente guadagnata la visione della seconda stagione!

Del resto la voglia di “sapere di più”, è tanta. Quando scorrono i titoli di coda dell’ultimo episodio, infatti, gli interrogativi sono ancora tutti lì sul tavolo… irrisolti… e trainati da quell’evento incredibile ed iniziale, quella storia al tempo stesso geniale ed inquietante.

Già: alla fine, è sempre la storia a trainare tutto. E qui mi “scappa” una riflessione più ampia.

Da qualche parte (non ricordo sinceramente dove) ho letto che la grande “forza narrativa” degli autori americani sta proprio qui: nel potere delle loro storie.

Spesso si pensa che invece, dalla loro parte, abbiano soprattutto gli effetti speciali… come nel caso di “The walking dead”, e per non parlare di Hollywood.

E invece no: “The leftovers” non ha fuochi artificiali di alcun tipo (ma nemmeno “I soliti sospetti” o “Quarto potere”, giusto per tornare alla Mecca del cinema). Una storia così, senza computer graphic e con scenografie davvero accessibili, l’avremmo potuta girare anche in Italia a costi ridotti.

E viene quasi da pensare che, infondo, non era poi difficile.

Però siamo sempre lì: l’uovo di Colombo diventa banale, una volta che qualcuno ci ha mostrato come farlo.

Per questo genere di cose – di fiction e di film – sono invece necessarie le idee, e la tenacia per portarle avanti. Due aspetti che, nel nostro bel paese a forma di scarpa, purtroppo latitano.

Andare a capo, questo sconosciuto

Islanda, dintorni di Reykjavik, Agosto 2014

Da poco più di una settimana, e seguendo i consigli de “La via dell’artista” di Julia Cameron, sto scrivendo tre pagine di getto appena sveglio.

A mo’ di meditazione, praticamente.

Siccome lo sto facendo con carta e penna, mi sono imbattuto in un problema col quale non mi confrontavo da un sacco di tempo: la divisione in sillabe per andare a capo alla fine della riga.

Sin-to-ma-ti-co

Non che sia un grosso problema, intendiamoci: tale è stata l’abitudine di farlo per decenni, che non l’ho ancora persa. Di sicuro, però, negli anni post-universitari non  l’ho affatto esercitata.

Il motivo è semplice: ci pensa il software per noi. O meglio non ci pensa proprio… nel senso che la sillabazione di Word (tanto per citarne uno) deve essere impostata ma non è automatica: il programma si limita a giustificare il testo, adeguandone la spaziatura*.

Tornando ad usare carta e penna, invece, ecco il confronto con il famigerato fine riga… 

Certo: nel dubbio, la tecnologia torna in nostro aiuto, anche con strumenti on line.

Ma la cosa mi ha un po’ preoccupato.

Quante sono le abilità che, a causa dei moderni mezzi informatici, rischiamo di perdere?

* E’ il motivo per cui tanti e-book in PDF (o cartacei derivati da PDF) sono terribili a vedersi ed a leggersi: non c’è sillabazione. Personalmente io uso LyX, l’unico software in grado di fornire un PDF tipograficamente ineccepibile. Per chi volesse approfondire, “Libri perfetti con LyX” è un mio e-book gratuito sull’argomento.