Le pagine del mattino

Dicevo del suggerimento di quel libro, circa lo scrivere tre pagine di getto la mattina.

Non è male, devo dire. E mi sentirei di consigliarlo!

La prassi è proprio semplice: tre pagine al mattino, appena svegli.

Su che cosa?, non ha importanza. Quello che passa per la testa. L’argomento non conta: può essere il pensiero del momento, quello che si dovrà fare, quello che non è stato fatto… ma l’importante è che sia un autentico flusso di coscienza, privo di filtri.

Non bisogna nemmeno rileggerle, queste pagine… almeno per un po’. Così dice l’autrice del libro. Bisogna scriverle e basta.

Lei lo chiama “drenaggio cerebrale”.

Sebbene le pagine del mattino possano essere talvolta piacevoli, sono più spesso negative, frammentarie, autocommiseranti, ampollose o puerili, rabbiose o ironiche, e possono persino suonare stupide. Bene!
(Julia Cameron)

Lo scopo di questo esercizio? Liberare l’artista che è in ciascuno di noi. Operare una guarigione creativa.

Siccome sono righe scritte in totale libertà e senza alcuna prescrizione o vincolo che non sia lo scrivere e basta, ecco che il “censore che risiede nel nostro cervello” se ne sta zitto e non si mette a sindacare sul prodotto delle nostre meningi.

Eppoi non è male, prendersi un momento per se stessi. Tre pagine di tempo per meditare da soli. No?

E’ importante però che sia fatto:

  • A mano: Julia Cameron raccomanda di non usare la videoscrittura perché velocizza eccessivamente il processo (“E’ come andare a 130 all’ora e dire: aspetta!, ma non era quella la mia uscita?”).
  • Al mattino: non al pomeriggio o alla sera, ma come prima cosa  – in modo da non farsi influenzare da ciò che è accaduto nel corso della giornata, ed essere più liberi.

Io ho iniziato da circa venti giorni. 

Tutte le mattine mi alzo un po’ prima, tempero la matita – mi piace il suono della matita sulla carta! – e scrivo.

Certo, non sempre c’è la voglia; e alcune volte, anzi, è quasi una seccatura: hai dormito male, ti gira storto, ti prende la fretta, non ti viene in mente niente…

Però a volte sorprendo me stesso, con quello che scrivo.  Cose banali, intendiamoci: non certo la dimostrazione del Teorema di Fermat! Però capita che, senza freni né obiettivi, le associazioni e le idee saltino fuori da sé. E non sono davvero niente male.

Provateci! 😉

The Leftovers

(Fonte: serialminds.com)

(Fonte: serialminds.com)

La prima serie di “The Leftovers” è appena finita (su Sky Atlantic) lasciando tonnellate di interrogativi e questioni irrisolte, come da tradizione del creatore Damon Lindelof (lo stesso di “Lost”).

Per chi non avesse visto questa fiction, riassumo in breve la trama, tratta dal libro “Svaniti nel nulla” di Tom Perrotta.

Un bel giorno, il 2% della popolazione (circa 140 milioni di persone) svanisce appunto nel nulla, improvvisamente, senza lasciare tracce. “The leftovers” racconta gli eventi a tre anni da questo trauma, illustrando le vite di diversi personaggi: tutti residenti nella medesima comunità (Mapleton), e tutti a doversi confrontare con la sparizione o con le conseguenze che essa ha direttamente o indirettamente determinato.

Le prime puntate sono un po’ lente, e confesso di averle seguite con fatica. Non è facile affezionarsi ai personaggi: i loro caratteri ed intrecci vengono rivelati man mano, goccia a goccia, millimetro per millimetro. Era poi la medesima caratteristica di “Lost”: si viene presi dal “come”, non tanto dal “cosa”.

Verso metà serie, comunque, si comincia ad avere un quadro più completo dei personaggi, che – devo dire – sono proprio azzeccati. E si viene rapiti! Perché c’è un po’ di tutto: chi non si rassegna, chi invece lo fa, chi impazzisce, chi sembra essere pazzo ma non lo è, chi viene redento, chi sceglie di non esserlo… La scelta degli attori poi aiuta parecchio, così come la musica, e in generale bisogna dire che questa serie è confezionata proprio bene.

Ed è anche molto molto ben scritta, è chiaro. Per esempio, trovo molto valida l’idea di concentrare in un’unica puntata (la penultima) il flashback dei personaggi e delle loro vite subito prima della sparizione – anziché “spalmare” queste immagini lungo tutta la serie come in “Lost”. A mio parere, questa puntata è forse la migliore di tutte.

“The Leftovers” insomma si lascia guardare con  grande trasporto (parlo per me) e s’è certamente guadagnata la visione della seconda stagione!

Del resto la voglia di “sapere di più”, è tanta. Quando scorrono i titoli di coda dell’ultimo episodio, infatti, gli interrogativi sono ancora tutti lì sul tavolo… irrisolti… e trainati da quell’evento incredibile ed iniziale, quella storia al tempo stesso geniale ed inquietante.

Già: alla fine, è sempre la storia a trainare tutto. E qui mi “scappa” una riflessione più ampia.

Da qualche parte (non ricordo sinceramente dove) ho letto che la grande “forza narrativa” degli autori americani sta proprio qui: nel potere delle loro storie.

Spesso si pensa che invece, dalla loro parte, abbiano soprattutto gli effetti speciali… come nel caso di “The walking dead”, e per non parlare di Hollywood.

E invece no: “The leftovers” non ha fuochi artificiali di alcun tipo (ma nemmeno “I soliti sospetti” o “Quarto potere”, giusto per tornare alla Mecca del cinema). Una storia così, senza computer graphic e con scenografie davvero accessibili, l’avremmo potuta girare anche in Italia a costi ridotti.

E viene quasi da pensare che, infondo, non era poi difficile.

Però siamo sempre lì: l’uovo di Colombo diventa banale, una volta che qualcuno ci ha mostrato come farlo.

Per questo genere di cose – di fiction e di film – sono invece necessarie le idee, e la tenacia per portarle avanti. Due aspetti che, nel nostro bel paese a forma di scarpa, purtroppo latitano.

Andare a capo, questo sconosciuto

Islanda, dintorni di Reykjavik, Agosto 2014

Da poco più di una settimana, e seguendo i consigli de “La via dell’artista” di Julia Cameron, sto scrivendo tre pagine di getto appena sveglio.

A mo’ di meditazione, praticamente.

Siccome lo sto facendo con carta e penna, mi sono imbattuto in un problema col quale non mi confrontavo da un sacco di tempo: la divisione in sillabe per andare a capo alla fine della riga.

Sin-to-ma-ti-co

Non che sia un grosso problema, intendiamoci: tale è stata l’abitudine di farlo per decenni, che non l’ho ancora persa. Di sicuro, però, negli anni post-universitari non  l’ho affatto esercitata.

Il motivo è semplice: ci pensa il software per noi. O meglio non ci pensa proprio… nel senso che la sillabazione di Word (tanto per citarne uno) deve essere impostata ma non è automatica: il programma si limita a giustificare il testo, adeguandone la spaziatura*.

Tornando ad usare carta e penna, invece, ecco il confronto con il famigerato fine riga… 

Certo: nel dubbio, la tecnologia torna in nostro aiuto, anche con strumenti on line.

Ma la cosa mi ha un po’ preoccupato.

Quante sono le abilità che, a causa dei moderni mezzi informatici, rischiamo di perdere?

* E’ il motivo per cui tanti e-book in PDF (o cartacei derivati da PDF) sono terribili a vedersi ed a leggersi: non c’è sillabazione. Personalmente io uso LyX, l’unico software in grado di fornire un PDF tipograficamente ineccepibile. Per chi volesse approfondire, “Libri perfetti con LyX” è un mio e-book gratuito sull’argomento.

Riflessioni (necessariamente amare) sulla pensione

Cesenatico, Agosto 2012

Sono un lavoratore dipendente con contratto a tempo indeterminato, e per questo motivo mi ritengo sicuramente fortunato – in un momento in cui la disoccupazione cresce, e trovare un impiego è tutt’altro che facile.

Questo, per quanto riguarda il presente.

Il futuro, però, è un’altra faccenda.

Infatti, non si può essere automaticamente fiduciosi solamente perché sino ad ora in qualche modo è andato tutto bene. Scrive giustamente Nassim Taleb nel suo ottimo saggio “Il Cigno Nero”:

Costruiamo le nostre credenze intorno ai punti di riferimento che abbiamo in mente, per esempio le previsioni sulle vendite, perché paragonare un’idea a un punto di riferimento richiede meno sforzo mentale che valutarla in assoluto.

Taleb fa il truce esempio del tacchino, contento e soddisfatto perché viene ingozzato di cibo ogni mattina… sino al giorno del ringraziamento, quando improvvisamente le sue previsioni crollano in modo radicale.

Questo mi porta a riflettere sulle pensioni, prendendo spunto da un articolo di Oscar Giannino su Linkiesta: “Pensioni, la santa alleanza contro i giovani”.

Un sacco che si riempie e subito si svuota

I contributi pensionistici sono finanziati dallo stesso lavoro che mi da’ il pane. E nemmeno per poco: facendo i conti, il 35% della mia busta paga se ne va in tasse!

Se questi soldi andassero davvero a comporre un “tesoretto” ai fini della mia pensione, ne sarei ben contento; ma la realtà è molto diversa.

Questi soldi servono invece per pagare chi già in pensione si trova  (ed in tal senso il “regime contributivo” introdotto nel ’95 dalla riforma Dini non ha cambiato le carte in tavola).

Detto in soldoni: i nostri soldi entrano all’INPS, per poi uscire subito, ed andare nelle tasche degli attuali pensionati. 

Noi lavoratori non stiamo accumulando: stiamo finanziando.

Certo, lo stesso accadrà (auspicabilmente) a chi lavora mentre noi saremo in pensione; ma con un “sacco” che, a quel punto, si sarà svuotato in modo indicibile. Perché l’aspettativa di vita s’è allungata (era 65.5 anni nel 1959, mentre oggi è circa 80) e con essa il numero di pensionati che a quel sacco attingono; ed anche perché – come scrive Giannino – non pochi pensionati godono di cifre esagerate rispetto ai contributi versati, garantite dal precedente sistema retributivo:

Il 7,8% dei pensionati, che stanno sopra i 2.500 euro al mese, incassano 58 miliardi l’anno dei 256 miliardi di pensioni, cioè quasi il 20%.

Batman non arriverà

Intendiamoci: non sto facendo polemica con gli attuali pensionati (tra i quali peraltro ci sono anche i miei genitori).

E’ un sistema voluto dalla politica, non da loro.

Sta di fatto che quella subita da noi attuali lavoratori, è una vera e propria vaccata generazionale. E non ci voleva Marconi per capire che, nel tempo, questo sistema non avrebbe mai potuto sostenersi.

Certo: sarebbe bello che la politica, dopo averci messo in questo casino, ci tirasse anche fuori. Ogni tanto – nei miei sogni più agitati – vedo arrivare un politico a la Batman o Capitano Kirk, che mette mano a questa questa clamorosa ingiustizia e ci salva tutti.

Ma poi, regolarmente, finisce che mi risveglio. Perché lo sappiamo bene: in ItaGlia, i diritti acquisiti non si toccano, anche se sono economicamente insostenibili.

Quindi?

Assunto il Maalox d’obbligo per stemperare l’inevitabile gastrite che segue a queste riflessioni, viene però da chiedersi cosa si può fare.

Certo, c’è la pensione integrativa; ma quanto vi si riesce ragionevolmente a versare, con buste paga così iper-tassate? C’è un motivo se i nostri genitori riuscivano a “mettere da parte”, mentre noi facciamo una fatica terribile! (Ed evito di approfondire i concetti pericolosamente “gaussiani” della finanza: basta leggere il già citato saggio di Taleb).

Di sicuro, serve a poco farsi un fegato così, o gridare contro la classe politica che ha portato il paese a questo stato.

Secondo me, l’unica cosa da fare è solo una: maturare una piena e totale consapevolezza.

Noi fortunati lavoratori, cioè, dobbiamo:

  1. Essere informati di tutto questo,
  2. Essere consapevoli che domani andremo in pensione col 40% del nostro attuale stipendio – se va bene.

Il che non significa buttarsi dal ponte al grido di “Moriremo tutti!!”… ma prepararsi a un tipo di vita molto diversa da quella che hanno ora i nostri genitori.

Con atteggiamento positivo, certo; ma anche con tanto – tantissimo – realismo.

Ed evitando di fare come il tacchino, insomma.

Un database di libri su Evernote

Ho già parlato in questo blog di Evernote, il mio sistema di archiviazione dove memorizzo sostanzialmente di tutto: dalle bollette ai manuali di istruzione, dal libretto di circolazione della macchina agli articoli interessanti trovati sul web, dai documenti di viaggio agli appunti su qualunque cosa.

Di recente ho iniziato a compilare anche un database dei miei libri. 

Per ciascun libro della mia “biblioteca”, cioè, creo una Nota; e in essa includo:

  • Un’immagine della copertina;
  • Le informazioni utili (autore, titolo, editore… ma anche altre, come ad esempio la posizione nei miei scaffali);
  • Immagini di pagine sottolineate particolarmente interessanti;
  • Immagini di eventuali appunti presi in calce (ho l’abitudine a scriverli sulla quarta di copertina o sulle pagine bianche che trovo!)

Gli ultimi due punti possono poi essere elaborati in Evernote per aggiungere, mediante le funzionalità di Annotazione, ulteriori sottolineature o appunti o elementi grafici.

Ma andiamo per gradi!

Catturare la copertina

Per prima cosa, utilizzo l’app Evernote sullo smartphone per acquisire una foto della copertina, usando la fotocamera dello stesso:

foto

Evernote crea quindi una Nota (nel taccuino di default) contenente l’immagine.

Questo a che scopo? La memoria visiva è particolarmente importante e non di rado mi trovo a cercare un libro (o un CD, o una rivista…) sulla base del colore o delle forme che ricordo siano presenti in copertina. Inoltre, va da sé che quest’ultima contiene le informazioni di base.

Completare la Nota

Successivamente, apro la Nota sulla versione desktop di Evernote (ma potrei farlo anche nell’app) e le assegno un titolo, usando la formulazione “Autore (cognome e nome), Titolo”.

Clipboard01

(Cliccare per ingrandire)

Quindi assegno anche i tag (ovvero le etichette) alla Nota.

Qui apro una parentesi: personalmente, faccio un uso molto estensivo dei tag… tanto che praticamente tutte le mie note sono contenute in un unico Taccuino (“ARCHIVIO”) e distinte unicamente coi tag! Come potete vedere nella barra di sinistra nell’immagine sopra, la mia gerarchia di tag è abbastanza estesa! Poi magari in un altro articolo spiegherò come mai preferisco usare questo sistema, e non la “atomizzazione” delle Note in vari Taccuini…

Alle Note dei libri io assegno sempre il tag “Bibioteca“, più uno o più tag che mi servono a descrivere il tema del libro. Nella fattispecie, a questo libro ho assegnato anche il tag “Zen“.

Se è necessaria qualche altra informazione, la digito in calce alla copertina.

Annotare le pagine

Se c’è qualche pagina o appunto che ritengo opportuno archiviare insieme alla copertina, la acquisisco sempre con lo smartphone, aggiungendola alla Nota.

Poi utilizzo la già citata funzione “Annota” per aprire l’immagine della pagina, ed aggiungere eventuali elementi a corredo quali sottolineature o altri testi:

Clipboard02

Naturalmente, alla Nota posso aggiungere altre pagine del libro…

Gestire le Note

Per avere un panorama dell’intera biblioteca, mi è sufficiente cercare le note con il tag (appunto) “Biblioteca”. Ordinate per titolo, forniscono anche una sequenza per autore:

(Cliccare per ingrandire)

(Cliccare per ingrandire)

Evernote permette di trovare le informazioni della mia “Biblioteca” in modo velocissimo, e questo è un vantaggio mica da poco!, considerando che le funzioni di ricerca in Evernote sono particolarmente raffinate e includono anche i testi nelle immagini.

Ma non è certo l’unico vantaggio. Posso fare ben altro. A corredo del libro, infatti, posso:

  • Aggiungere uno scritto (ad esempio appunti presi durante una rilettura);
  • Aggiungere altre immagini;
  • Aggiungere un allegato (Word, PDF, ecc.);
  • Associare un promemoria, per ricordarmi che devo farci una determinata cosa.

Inoltre posso:

  • Condividere il libro con un amico, magari per invogliarlo a leggerlo.
  • Copiare il collegamento al libro (tasto destro sulla Nota, e poi “Copia collegamento nota”) per incollarlo su un’altra Nota.

 

Sì, ma… gli e-book?

Catalogo anche quelli! 😉

L’unica differenza, consiste nell’inserimento in Nota di una minuta della copertina cartacea, e di tutte le sottolineature fatte sul Kindle – come si vede qui sotto nel caso di “On Writing”:

Clipboard04

Quest’ultimo aspetto è meno banale di quanto si pensi, almeno con gli e-book Amazon… perché i lettori Kindle (anche quello web) non permettono di fare “copia e incolla”, quindi non c’è modo di trasferire le porzioni di testo sottolineate su un altro documento.

Esiste però un barbatrucco (!) descritto da Michael Hyatt sul suo sito, al quale vi rimando (è in inglese): “How to Get Your Kindle Highlights into Evernote “.

Cose che non sopporto

CavalloImpazzito

E perché mi danno fastidio? Non lo so. Una motivazione razionale, non c’è.

Ho però pensato che magari, scrivendole, potrebbero diventare meno fastidiose.

Ecco quindi qui.

“Buon appetito!”

Mi da’ ai nervi.

Infondo è pure una cosa carina, è un buon augurio!

Mocché. Faccio pure fatica a dirlo.

I colletti delle polo alzati

Arriva la stagione estiva, e spuntano come funghi. Magari con scritte belle evidenti sotto.

Perché?, mi chiedo io… perché??

René Lacoste inventò la polo col colletto “elevabile”, unicamente per proteggere la nuca dal sole. Non come appendice aerodinamica, o peggio cartellone pubblicitario per quello che sta sotto.

La ‘freccia’ agli indiani

Ci vuole tanto, a inserire questo maledetto indicatore di direzione?

Ad esempio quando si esce dalla rotonda?

(Ah: se la metti subito prima di girare, non vale.)

Risposta non c’è, o forse chi lo sa

Sarò ingenuo, ma se scrivo una e-mail a qualcuno (sia personale, sia di lavoro) mi aspetto una risposta in tempi ragionevoli.

Abbiamo (quasi) tutti uno smartphone, e la posta elettronica si consulta anche dal water. Non esistono scuse. Rispondere è cortesia, sempre.

Vanno bene anche due righe, non importa scrivere “Guerra e pace”. Basta rispondere

“Ancora niente figli?”

Mind your own business, please.

Il signor Wolf

E’ il personaggio di “Pulp Fiction” interpretato da Harvey Keitel; quello che “risolve problemi”:

Ogni tanto qualcuno (al lavoro e fuori) si mette in testa che io sia una versione del Signor Wolf in ambito informatico. Che abbia la bacchetta magica per risolvere questo o quel problema.

Però io sono laureato in Chimica, non in Informatica.

La cosa bella è poi questa: se trovo difficoltà, s’incavolano pure!

“Posso aiutarla?”

No, sono entrato in questo negozio per dare un’occhiata.

Dovrebbe essere evidente, dato che sto ciondolando qua e là.

Se ho bisogno di aiuto, lo chiedo; e trovo logico: è il suo lavoro!

“La SEO è una cosa difficile senza call to action!”

Ma parla come mangi, porco mondo!!

Un auto-risponditore originale

sorry-we-are-closed

L’inserimento dell’auto-risponditore per ferie al lavoro: sempre un bel momento! 😀

Quest’anno le mie ferie sono iniziate il giorno 11. Al posto del solito ed asettico messaggio, però, ho pensato di usare qualcosa di maggiormente originale:

Sarò assente dall’ufficio dal giorno 11 (Lunedì) al giorno 29 (Venerdì) inclusi.
In questi casi dovrei scrivere di non essere reperibile, ma il possesso di uno smartphone e di un potenziale collegamento ad Internet rende la cosa non del tutto vera.
Se il vostro messaggio è davvero urgente, quindi, scrivete a questo indirizzo: nicola.focci@gmail.com, e risponderò appena possibile.
Se non è ugente, per favore attendete il mio ritorno. Nel frattempo mi trovate qui: http://islanda2014.postach.io
Grazie.

I’ll be out of office from Monday the 11th until Friday the 29th.
I know I’m supposed to say that I’ll have limited access to email… but that’s not completely true, as I’m a smartphone owner, and Internet connection is quite common these days.
So if your message is truly urgent, please write to this address: nicola.focci@gmail.com, and I’ll try to reply as soon as possibile.
Otherwise, please wait form my return.
Thanks.

…e buone ferie! 😉