Cose che non sopporto

CavalloImpazzito

E perché mi danno fastidio? Non lo so. Una motivazione razionale, non c’è.

Ho però pensato che magari, scrivendole, potrebbero diventare meno fastidiose.

Ecco quindi qui.

“Buon appetito!”

Mi da’ ai nervi.

Infondo è pure una cosa carina, è un buon augurio!

Mocché. Faccio pure fatica a dirlo.

I colletti delle polo alzati

Arriva la stagione estiva, e spuntano come funghi. Magari con scritte belle evidenti sotto.

Perché?, mi chiedo io… perché??

René Lacoste inventò la polo col colletto “elevabile”, unicamente per proteggere la nuca dal sole. Non come appendice aerodinamica, o peggio cartellone pubblicitario per quello che sta sotto.

La ‘freccia’ agli indiani

Ci vuole tanto, a inserire questo maledetto indicatore di direzione?

Ad esempio quando si esce dalla rotonda?

(Ah: se la metti subito prima di girare, non vale.)

Risposta non c’è, o forse chi lo sa

Sarò ingenuo, ma se scrivo una e-mail a qualcuno (sia personale, sia di lavoro) mi aspetto una risposta in tempi ragionevoli.

Abbiamo (quasi) tutti uno smartphone, e la posta elettronica si consulta anche dal water. Non esistono scuse. Rispondere è cortesia, sempre.

Vanno bene anche due righe, non importa scrivere “Guerra e pace”. Basta rispondere

“Ancora niente figli?”

Mind your own business, please.

Il signor Wolf

E’ il personaggio di “Pulp Fiction” interpretato da Harvey Keitel; quello che “risolve problemi”:

Ogni tanto qualcuno (al lavoro e fuori) si mette in testa che io sia una versione del Signor Wolf in ambito informatico. Che abbia la bacchetta magica per risolvere questo o quel problema.

Però io sono laureato in Chimica, non in Informatica.

La cosa bella è poi questa: se trovo difficoltà, s’incavolano pure!

“Posso aiutarla?”

No, sono entrato in questo negozio per dare un’occhiata.

Dovrebbe essere evidente, dato che sto ciondolando qua e là.

Se ho bisogno di aiuto, lo chiedo; e trovo logico: è il suo lavoro!

“La SEO è una cosa difficile senza call to action!”

Ma parla come mangi, porco mondo!!

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Una marea ci salverà!

La gente crede a qualunque cosa, se gliela si bisbiglia.

(Herbert V. Pronchnow)

Ritorno sul tema delle energie rinnovabili (ovvero di un approccio critico e realistico alle stesse) perché mi era stato segnalato da un amico questo interessante articolo dell’ENEA: “Energia elettrica dalle maree”, legato allo sfruttamento dei moti periodici che la natura mette a disposizione nel mare.

Sarà vera gloria?

Vediamo di capirci qualcosa in più, partendo (come è sempre opportuno) dall’ABC e senza saltare subito alle conclusioni.

No, non la Fiat Marea!

No, non la FIAT MAREA! (Fonte: Wikimedia Commons)

La marea

Definizione Wikipedia:

Un moto periodico di ampie masse d’acqua (oceani, mari e grandi laghi) che si innalzano (flusso, alta marea) e abbassano (riflusso, bassa marea) anche di 10-15 metri con frequenza giornaliera o frazione di giorno (solitamente circa ogni sei ore, un quarto di giorno terrestre).

A cosa si deve tale moto? Fondamentalmente a due fattori: l’attrazione gravitazionale della Luna, e la forza centrifuga del sistema Terra-Luna che ruota (il famoso effetto giostra nel sentirsi “proiettati all’esterno”).

L’ampiezza della marea (differenza tra alta e bassa marea) non è uguale in tutto il globo terrestre, ma dipende da vari fattori come la morfologia del territorio e fenomeni meteorologici. Nei mari interni come il Mediterraneo, ad esempio, questa ampiezza non è rilevante; mentre è celeberrimo il caso dell’isolotto Mont Saint-Michel, laddove raggiunge 14 metri.

Mont Saint-Michel (Francia): marea con ampiezza 14 metri

Mont Saint-Michel, Francia (Fonte: Wikimedia Commons)

Alquanto interessante è ciò che accade nei pressi degli stretti, dove le maree sono in grado di creare correnti di una certa entità. Nello Stretto di Messina, ad esempio, si generano “correnti di marea” che corrono periodicamente (ogni sei ore) ora in un senso ora nell’altro. Veri e propri “venti sottomarini”, insomma.

Energia maremotrice

L’idea di sfruttare l’ampiezza delle maree per le attività umane non è certo recente, ma risale all’antichità, e ai cosiddetti “Mulini a marea”. Il primo fu installato a Dover (Inghilterra) nel 1086!

Al giorno d’oggi esistono due sistemi principali per produrre energia elettrica dalle maree.

Il primo è mediante “Impianti a barriera”:

La centrale maremotrice di Saint Malo, Francia

La centrale maremotrice di Saint Malo, Francia (fonte: Wikipedia)

In questi sistemi l’acqua affluisce e defluisce in un vasto bacino, passando in tunnel (barriere) dotati di turbine e generatori. Il passaggio dell’acqua muove le turbine e genera la corrente elettrica. Si sfrutta sia il moto verso terra (marea crescente) che il moto verso mare (marea calante).

Questo sistema presenta alcuni svantaggi di rilievo quali l’elevato impatto ambientale, la discontinuità della produzione, ed i costi elevati. Difficile pensare che possano rappresentare un’alternativa concreta…specie nel nostro paese, dove l’ampiezza di marea è abbastanza scarsa.

Molto più interessante, quindi, è il secondo sistema:

Sistemi che sfruttano le correnti marine

In questi casi si utilizzano le già citate correnti di marea per mezzo di turbine marine. Come fossero pale eoliche, ma in acqua… col grande vantaggio di non richiedere barriere costruite presso la costa.

In Italia, i tre sistemi di tal fatta che hanno superato la fase di prototipo sono:

Vediamoli brevemente.


Il Kobold

Non si tratta dell’aspirapolvere di una nota casa tedesca specializzata nelle vendite porta a porta, ma di una piattaforma del diametro di 10 metri, installata da oltre dieci anni a 150 metri dalla spiaggia di Ganzirri (Messina):

La piattaforma Kobold (fonte: fare clic su foto)

La piattaforma Kobold (fonte: fare clic su foto)

La piattaforma è ancorata al fondo marino con 4 cavi di lunghezza variabile da 18 a 35 metri. Sotto ad essa, e solidale ad essa, è un rotore a pale verticali di 6 metri di diametro, in grado di generare una potenza di 25 kW quando la corrente di marea è al suo apice (2 metri al secondo).

Il Kobold è stato allacciato alla rete elettrica nazionale nel 2005 mediante un cavo sottomarino. E’ quindi l’unico dei sistemi qui presentati ad essere già in fase di pre-produzione.

Questa esperienza ha permesso alla Ponte di Archimede SpA (detentrice del brevetto) di ottenere un finanziamento dall’ONU per realizzare un secondo impianto, che è stato venduto al governo indonesiano. E’ costato 6 milioni di euro, ed è operativo nell’isola di Lombok.

Il Sea Power

Prodotto dalla Fri-El Green Power, consta di un corpo galleggiante ancorato al fondo marino, cui sono collegati alcuni “filari” che recano turbine ad asse orizzontale (e non verticale come nel Kobold).

Fri-El Sea Power (fonte: fare clic)

Fri-El Sea Power (fonte: fare clic su foto)

Ciascun “filare” è in grado di orientarsi autonomamente nel verso della corrente.

Il moto delle turbine è trasmesso attraverso il “filare” stesso ad un generatore collocato sul corpo galleggiante. Un cavo sottomarino provvede poi a trasferire la corrente elettrica alla terra ferma.

Nel 2009 è stato testato un prototipo sempre nello stretto di Messina, in grado di generare 20 kW. 

Il GEM o aquilone del mare

Il "GEM" (fonte: fare clic)

Il “GEM” (fonte: fare clic su foto)

Questo progetto è stato sviluppato in seno al gruppo di ricerca ADAG (Aircaft Design & AeroflightDynamics Group) dell’Università di Napoli “Federico II”.

Si tratta di una turbina autonoma ad asse orizzontale, da installare a circa 12 metri di profondità, ancorata al fondo del mare.

Si orienta da sé nel verso della corrente, proprio come un aquilone.

Il generatore è collocato nello scafo galleggiante del GEM, ed è collegato alla rete elettrica mediante un cavo parallelo a quello di ormeggio.

La Regione Veneto ha contribuito alla realizzazione del primo prototipo in scala reale, dal peso totale 10700 chili. Installato due anni fa nella laguna di Venezia, ha prodotto i “soliti” 20 kW.


Vantaggi

I tre sistemi qui presentati (ed altri ideati nel resto del mondo) non sono invasivi come le barriere, non producono rumore come le pale eoliche, non sono “brutti” e visibili come i pannelli fotovoltaici.

Inoltre, le correnti di marea – dipendendo dalle fasi lunari – sono prevedibili con una certa sicurezza. Cosa che non può dirsi, ad esempio, per i capricci di sole e vento nel caso di fotovoltaico ed eolico.

Non è fantastico??

Mia moglie mi definisce “inguaribile pessimista”, mentre io preferisco pensare di essere realista.

Quando una soluzione tecnico/scientifica viene descritta in poche righe come fosse la panacea di tutti i mali, sento subito puzza di bruciato.

Perché? Perché si parla solo dei benefici… o delle lungaggini burocratiche per ottenere i permessi… quando invece, personalmente, vorrei sentire risposte oggettive ai problemi concreti che seguono.

⇒1. Quanto costano?

Non sono riuscito a trovare informazioni sufficienti riguardo al costo di questi sistemi.

E spero che la media non sia quella del Kobold indonesiano!!

Eppure sarebbe interessante conoscerlo, questo costo… giusto per fare il classico “conto della serva”, e capire in quanto tempo (a “botte” di 25 kW di picco) sarebbero in grado di ripagarsi.

⇒2. Sono affidabili?

L’ambiente marino, si sa, non è propriamente amico di materiali metallici e affini. Qualche problemuccio in tal senso non è mancato nemmeno nell’impianto messinese del Kobold, nonostante la sua relativamente giovane età.

Sempre dall’esperienza Kobold, s’è scoperto che le lame delle turbine devono essere periodicamente ripulite, in quanto l’ambiente marino è altamente attivo. Se è vero che un po’ di manutenzione è inevitabile in qualunque tipo di impianto, è anche vero che farla in acqua con sub attrezzati è sicuramente più difficoltoso (e costoso).

⇒3. Producono a sufficienza?

Diciamocelo francamente: 25 kW non sono granché. E’ la potenza necessaria a otto abitazioni a pieno carico, più o meno.

Se poi lo zio Peppino ha anche una piccola officina con un tornio e due mole, le altre sette case stanno al buio.

Certo, si possono piazzare in acqua più turbine. Moltiplicando, però, i potenziali problemi qui elencati, che a maggior ragione richiedono una risposta.

⇒4. Producono con continuità?

Abbiamo detto che la produzione di energia elettrica con questi sistemi è perfettamente prevedibile. Ma “prevedibile” non vuol dire “continua”.

Le correnti di marea seguono cicli di sei ore, durante le quali raggiungono un picco, calano, si fermano, e si invertono.

Significa che i famigerati 25 kW non solo sono pochi, ma vengono anche erogati poche volte al giorno!

Come abbiamo visto nel primo articolo, la nostra società è basata interamente su una disponibilità continua di corrente elettrica – e non solo nelle case, ma soprattutto a livello di industrie, ospedali, data center, reti ferroviarie… e se oggi la diamo per scontata, è perché le interruzioni di corrente sono molto rare.

Una rete elettrica con tasso rilevante di fonti discontinue, invece, è come un aeroplano lei cui eliche girano a singhiozzo: sput!-sput!-sput!, e prima o poi cade. Immaginate se le interruzioni elettriche fossero la regola, e non l’eccezione!

[ Apro una parentesi: il “bene informato” di turno asserirà che si risolve tutto con la smart gride cioè una rete elettrica “intelligente” regolata da computer e in grado di gestire la distribuzione tenendo conto dei consumi.

La smart grid agisce come un Robin Hood dell’energia, che temporaneamente ruba ai ricchi (chi non ha bisogno in quel momento) per dare ai poveri (chi ha un picco di richiesta). La smart grid interviene anche in caso di calo produttivo locale, ad esempio quando cessa il vento e la pala eolica si ferma.

Splendida idea, nevvero?

Per funzionare, però, una smart grid deve monitorare in tempo reale i consumi di tutte le apparecchiature, ricevendo ed inviando dati.

In pratica è come se ogni elettrodomestico di casa venisse messo sotto controllo telematico. Io personalmente in casa ne ho nove (tre televisori, un micro-onde, un forno tradizionale, un frigorifero, un congelatore, un ferro da stiro, e il Kobold stavolta inteso come aspirapolvere) e mi immagino questo numero moltiplicato per ogni abitazione della mia città e connesso ad una super-rete intelligente.

Non ci vuole Bill Gates per capire che si tratta di un sistema complesso, costoso, che interferirà con altri dispositivi nelle case e nelle industrie, porrà problemi di inquinamento elettromagnetico, e dovrà sicuramente essere protetto dai soliti hackers.

Forse, conveniva investire tempo e ricerca su questi sistemi, anziché sui pannelli fotovoltaici e compagnia cantante. Ma come sempre si mette il carro davanti ai buoi. ]

⇒5. Sono invasivi?

Scafi, piattaforme, turbine, cavi, elettrodotti:  qual’è l’impatto di queste strutture sulle attività marittime?

Pensiamo alla navigazione costiera, al turismo, e alla pesca…

L’aquilone del mare (o chi per lui) non è un pacco postale che posso spostare dove mi fa più comodo: o ci sono correnti, o non ce ne sono! Di Stretto di Messina ne esiste uno solo.

Il “solito” portale Tze Tze fornisce anche un’improbabile alternativa agli scomodi elettrodotti sottomarini:

Se per l’elevata distanza del sito dalla costa questa operazione non sia possibile, gli ingegneri ipotizzano l’uso dell’energia per la produzione di idrogeno, che andrebbe poi trasportato a terra con le navi.

Non so voi, ma io proprio non riesco a vederle, navi cariche di idrogeno che fanno la spola tra corpi galleggianti e terra ferma!

⇒6. Creano danni all’ambiente?

Che impatto hanno sull’ecosistema marino?

Beh, qui una risposta di massima c’è già, ed è: non si sa. 

Perché la tecnologia è ancora troppo recente.

Il che, a pensarci bene, riassume al meglio tutti i dubbi.

Morale della favola

Supponiamo che io sia l’allenatore di una squadra di calcio.

Al parco giochi vedo un bimbo di sette anni che se la cava proprio bene col pallone. A quell’età lì, ha già una buona padronanza della palla! Come si muove, come scarta gli altri bimbi, come sa gestire il possesso…

Però ha sette anni!

Quando potrà essere utile per la squadra?

Se mantiene le promesse (e non è scontato), forse tra dieci anni, di sicuro non meno.

Oggi come oggi, può giusto portare il Gatorade.

Ho reso? 🙂

 

Una lezione dal Challenger

L'esplosione del Challenger subito dopo il decollo, 28 Gennaio 1996

Lo Space Shuttle Challenger si disintegra subito dopo il decollo, 28 Gennaio 1996

La cabina di pilotaggio non esplose, ma fuggire sarebbe stato impossibile: i sette membri dell’equipaggio non indossavano tute pressurizzate, e lo Shuttle non disponeva di seggiolini eiettabili.

Si può solo sperare che abbiano rapidamente perso conoscenza, prima di schiantarsi in mare a oltre 300 km/h.

Ma come mai avvenne tutto questo?

Apparentemente, la colpa fu di una guarnizione in gomma del tutto simile a quella delle caffettiere moka: un o-ring collocato su un booster (razzo a propellente solido usato nel decollo), necessario a tenere accoppiate le paratie isolanti del booster stesso.

La mattina del lancio faceva molto freddo (2.5°C), e durante la notte si scese anche sottozero. Lo Shuttle non aveva mai decollato con temperature così rigide. In quelle condizioni, l’o-ring perse elasticità: sottoposto a compressione durante il decollo, non tornò nello stato iniziale… causando un disaccoppiamento nelle paratie isolanti del razzo. I gas caldi fuoriuscirono, causando la rottura del booster, e il suo collasso strutturale.

La navetta si sbriciolò.

Un pezzo di gomma!

Possibile?

Che la gomma perda elasticità a temperature basse, è noto. Così come erano ovviamente note le condizioni metereologiche al momento del lancio.

Le indagini successive al disastro, infatti, evidenziarono ben altre cause effettive:

  • Il lancio era già stato rinviato più volte, ed un ulteriore ritardo avrebbe compromesso il regolare sviluppo del programma, e dei lanci futuri.
  • I dirigenti della NASA si rivelarono poco propensi ad ascoltare i loro tecnici, che li avevano avvertiti sulle possibili conseguenze di temperature basse al momento del lancio.
  • Il fornitore di booster dapprima segnalò ma poi minimizzò le problematiche sulle temperature di esercizio degli o-ring, quasi per “non creare noie” al principale cliente.

Morale della favola?

La “non-qualità di gestione” crea disastri!

Il povero o-ring non aveva colpa. Poteva solo fare quello che era in grado di fare, nei limiti imposti dalla natura, e comunque più grandi di lui.

Quante volte, di fronte ad un errore, diamo la colpa agli o-ring anziché cercare di capire le reali cause?

Quante volte ignoriamo come l’errore sia spesso prodotto da una catena di situazioni “umane”, quasi sempre evitabile?

Quanti disastri si potrebbero evitare se gestissimo le cose bene sin da subito, senza fretta, con la massima trasparenza verso noi stessi e gli altri, lasciando da parte gli egoismi e le false verità?

Challenger_flight_51-l_crew

L’equipaggio del Challenger

Troppo inglese nei nostri articoli?

Inghilterra, anno 878 (fonte: Wikimedia Commons)

Inghilterra, anno 878 (fonte: Wikimedia Commons)

Sull’argomento è già stato scritto molto (vedi questo ottimo articolo di Daniele Imperi, “E’ necessario scrivere in inglese?”) però non riesco ad evitare di dire la mia: rimango sempre più colpito dal diffondersi di questo malcostume, cioè l’abuso di termini in lingua inglese sugli articoli in italiano della rete.

Perché parlo di malcostume? Non è forse vero che certi termini come “marketing” o “post” o “blogger” sono ormai entrati nel linguaggio comune?

La “case history del bootstrap e la sua policy”

Certi termini, sì. Se parliamo di “web” o di “post” o di “retweet”, probabilmente capiranno tutti.

Però leggo ancora tanti (troppi) articoli farciti di parole come:

  • dead line
  • venture capital
  • business angel
  • press release
  • take off
  • debriefing
  • skilled (o peggio ancora “skillato”)
  • outsourcing
  • release
  • storytelling
  • balanced scoreboard
  • case history
  • welfare
  • focus area
  • pillar
  • best practices
  • engagement
  • governance
  • asset
  • competitor
  • pay off
  • bootstrap (anche questo col suo orrendo equivalente “boostrappare”)
  • spending review(so cosa state pensando…)
  • survey
  • call to action
  • policy
  • …e potrei andare avanti per molto tempo ancora ad arricchire questo bullet list elenco puntato.

Oh, sia chiara una cosa: leggo piuttosto bene l’inglese. Il mio Evernote è pieno zeppo di articoli nella lingua di Shakespeare. Sinceramente, però, mi pare che lì tale terminologia non sia poi così diffusa.  Proprio così: a me sembra che se ne faccia larghissimo uso solo in Italia e nei testi italiani!

Ma perché mai questo dovrebbe rappresentare un problema, però?

Vediamo.

1. Comprensione difficoltosa

Intanto, l’uso massiccio di termini inglesi poco usuali rende difficoltosa la comprensione del testo. Rallenta la lettura… e le cose peggiorano se la parola viene usata in senso metaforico, perché le difficoltà sono due: sapere cosa significa, e contestualizzarla.

Pensiamoci un secondo: cosa facciamo sul web, per la maggior parte del tempo? Leggiamo. Quindi, gli autori hanno il dovere di scrivere per agevolare il lettore!, ossia comunicare bene.

Se non scriviamo per comunicare bene, a che scopo scriviamo? 

2. Distanza col lettore

Questo abuso di termini anglofoni, poi, rischia di creare una distanza tra chi scrive e chi legge.

Cosa intendo dire? Che a volte mi sembra l’autore si stia pavoneggiando. “hai visto che razza da frecce ho al mio arco?, eh?, eh?”.

Io invece credo che l’autore di blog (o il blogger, se preferite) debba essere un po’ come il saggio descritto da Lao Zu nel suo “Tao Te Ching”: una persona che agisce “nel” mondo ma senza essere “inquinato dal” mondo. Che non si fa influenzare troppo dalle mode o dalle spinte dell’ego; che pensa con la sua zucca e non quella degli altri; che mira alla concretezza, a ciò che davvero conta.

“Tirarsela”: a che pro?

3. Sintesi pretestuosa

L’anglofilo convinto potrebbe però addurre un altro vantaggio dell’inglese: la capacità di sintesi, cioè di rendere con poche parole anche i concetti più elaborati.

Sul web è di certo un potenziale vantaggio. Io penso spesso al titolo del brano dei Beatles, “A hard day’s night”: non credo che l’italiano riuscirebbe a rendere quel concetto in modo così sintetico ed efficace!

Detto questo, il confine tra “utilità”e “pretesto” è spesso molto labile. Il rischio è che l’abbondante uso di inglese sia usato non già a scopo di sintesi, ma per abbellire il nostro articolo e renderlo più “fico”, più appetibile.

Non si può pensare che basti qualche pennellata di belletto per nobilitare un articolo carente: sarebbe come mettere il trucco alla mummia di Similaun. La sostanza rimane quella di una mummia.

4. Presupponenza

Altra possibile obiezione degli esterofili, è questa: “io conosco molto bene il mio lettore, so che lui ‘digerisce’ questa terminologia, e quindi ne abuso senza problemi!”.

Sarà. Ma io credo sia difficile conoscere davvero bene il proprio lettore (medio o no che sia).

Anzi: queste false certezze possono creare disastri. Lo vedo in ambito aziendale, ribaltato sul concetto di cliente: quante aziende cascano nel tranello di questa presupponenza? “Io conosco bene il mio cliente, quindi so che devo fare così, e così, e così”. E’ una falsa sicurezza!

Un esempio? La convinzione che il cliente reclami sempre ed automaticamente. Se quindi non ho reclami, allora i miei clienti sono soddisfatti. Giusto? Sbagliato!, perché  c’è un sacco di gente che non si prende la briga di reclamare e passa silenziosamente alla concorrenza. Un’emorragia taciturna che può avere gravi conseguenze sulla mia attività.

Ecco quindi che qualunque elemento di “complicazione comunicativa” non è mai di giovamento… dato che non si può sempre sapere chi sta leggendo. Meglio stare dalla famigerata parte dei bottoni, ossia della chiarezza.

E io, quindi?

Nel mio piccolo, io cerco di limitare al massimo l’uso di parole in inglese d’uso non troppo comune. Cerco di mettermi nelle scarpe anche del lettore meno “scafato” con l’inglese. Di non usare a sproposito la terminologia anglofona meno abituale.

E se proprio devo usarla, allora la metto in corsivo. Così l’occhio del lettore ne coglie visivamente la problematica, senza scoprirla mentre la legge.

Sarà esagerato, ma mi sembra sia una forma di “rispetto” verso il lettore.

O, se vogliamo, di best practice… 😀

Il curriculum logora chi non lo sa fare

Ecco: diciamo subito un’e-mail di tal fatta non rappresenta un bel biglietto di presentazione. Curriculum Infatti, abbiamo nell’ordine:

  • Un oggetto sciatto (“allegato” e basta);
  • Una cinquantina di destinatari rigorosamente in chiaro;
  • Un corpo testo ancora più sciatto dell’oggetto (“URGENTE” e basta, niente frasi introduttive, niente firma, niente di niente);
  • Un allegato senza cognome (e col latinorum sbagliato).

Ce ne sarebbe d’avanzo per buttarla nel cestino senza nemmeno aprire quel PDF! Ma diciamo che sono curioso, e lo apro. E’ una perla, a scorrerlo tutto: Curriculum3 Ho forti dubbi che le spiegazioni da “Libro Cuore” di questo “ragazzo” (fo per dire, ha 41 anni…) convincano il selezionatore. Specie se condite da un itaGliano a dir poco avventuroso. La ciliegina sulla torta è rappresentata da questa foto, in fondo al Curriculum: Curriculum2 Tutto sommato, forse, non se ne sentiva il bisogno. Sono poi sicuro che i selezionatori (categoria alla quale non appartengo) vedano giornalmente ben di peggio, purtroppo… Però fa riflettere. Che dire? Il nostro paese ha un tasso di disoccupazione molto alto, ed è una tragica realtà. Ma la ricerca del lavoro va anche aiutata. In questi casi, la forma è sostanza. Sarà “brutto da dire” finché vogliamo, ma non cambia la realtà dei fatti. Una presentazione sciatta da’ forti garanzie di finire (virtualmente) nel cestino del selezionatore. In bocca al lupo, Beppe; di cuore. Però sistema un po’ di cose, che è meglio!

I miei 2 cents sulle energie rinnovabili

Fonte: Wikimedia Commons

Fonte: Wikimedia Commons

Ho appena avuto un interessante scambio di opinioni sui social con l’amica Alice, al riguardo. Per fatalità, la bozza di questo articolo era quasi pronta… dunque eccolo qui.

L’energia elettrica è una cosa seria, maledettamente seria.

E ce ne vuole tanta, ma tanta davvero. Basta leggere l’esperimento che fece la BBC tempo fa: per tostare due fette di pane, serve l’energia di 11 persone che pedalano come forsennati. Figuriamoci per realizzare una pressofusione d’alluminio industriale.

“Le rinnovabili, però, sono il futuro! Ci salveranno la vita e risolveranno i nostri problemi!”

Un po’ come Batman o il Capitano Kirk, insomma?

Beh, ovviamente non è tutto oro quello che luccica: le questioni più tecniche (per l’appunto l’energia) vanno affrontate tecnicamente, e non a colpi di slogan. Per risolvere il problema non basta scendere in piazza e inneggiare all’energia pulita: bisogna averne la piena consapevolezza.

Mettiamoci un po’ il naso dentro, allora. Cominciando a capire bene i dati statistici che vengono sbandierati (perlopiù senza fonte) sui social e certi portali.

Attenzione alla glassa

1. Le rinnovabili crescono

I dati statistici Terna, disponibili al momento per l’anno 2012, forniscono un quadro apparentemente roseo come confronto sull’esercizio precedente (2011): in un anno, l’eolico è cresciuto del 36,4%, e il fotovoltaico addirittura del 74,7%.

Ciumbia! 😉

Ma bisogna sempre fare molta attenzione quando si considerano dati di crescita relativa. Perché quello che davvero conta, è la misura assoluta.

Considerando infatti il quadro generale sulla produzione nazionale di energia elettrica (netta, deducendo cioè quella necessaria alla produzione stessa), risulta che:

  • Il 72,04% deriva dal termico (gas naturale, carbone, petroliferi…). 😦
  • Il 15,03% deriva dall’idroelettrico.
  • Il 12,93% deriva dalle fonti alternative, con questo dettaglio:
    • Geotermica: 1,82%
    • Eolica: 4,63% 😯
    • Fotovoltaica: 6,48% 😯

Insomma, non c’è dubbio che fotovoltaico ed eolico siano cresciuti. Ma se svuoto una vasca da bagno usando una tazzina oggi e due domani, posso dire di aver raddoppiato l’uso della tazzina, ma le cose non migliorano più di tanto.

Detto fuori di metafora: per produrre energia elettrica in Italia, stiamo ancora bruciando quantità mostruose di gas e carbone e petroliferi (alla faccia del protocollo di Kyoto).

E, come vedremo tra poco, esiste una precisa giustificazione tecnica all’abuso delle centrali termiche.

2. I consumi calano

Analizzando invece la statistica (sempre dati Terna, sempre 2012) relativa ai consumi, si rileva un calo del 2,1% rispetto all’anno precedente.

Ciumbia! Siamo diventati più bravi? Le lampadine a basso consumo si sono diffuse in maniera virale? Le mogli hanno finalmente imparato a spegnere la luce degli ambienti che lasciano? 🙂

Andando a leggere i dati, si scopre un fatto interessante: questo calo è stato trainato dall’Industria… che ha consumato il -6,6% (e assorbe una quota rilevante dei consumi: il 42,58%).

E come mai le aziende consumano meno? Il motivo è tragicamente semplice: perché chiudono. E’ l’effetto della crisi. Azienda che chiude, azienda che non consuma (più).

Eccoci quindi di fronte al tipico esempio di stronzo glassato (mi si passi il francese parigino). Ossia, un dato che apparentemente fa pensare alle buone prassi, ma poi – andando in profondità – si scopre una situazione ben più amara in cui le buone prassi non c’entrano nulla.

I problemini delle rinnovabili

Probabilmente un grillino o un ecologista non verrà mai a dirvelo, ma le cosiddette “rinnovabili” si tirano dietro alcuni problemucci tecnici che non sono di poco conto. E che non rendono poi così banale il tanto trito e ritrito <<infondo sarà sufficiente gestirle bene!>>.

Se infatti quel 72,04% di dipendenza dalle centrali termiche resiste con le unghie e con i denti, non è tanto per presunti complotti, inside jobs, o congiure rettiliane.

1. Quando serve

In primis, le rinnovabili hanno un problema di discontinuità: sono fondamentalmente imprevedibili.

Se manca il vento, la pala eolica non gira. Di notte, il pannello fotovoltaico non produce; e quando è nuvolo, produce meno. (Anche quando è sporco, suppongo… e mi pungerebbe vaghezza di sapere se i possessori di pannelli sul tetto ogni tanto salgono a pulirli).

La nostra situazione attuale, invece, è quella di una complessa ed efficiente rete elettrica a fornitura continua, che fa largo uso di fonti immediatamente disponibili all’occorrenza. Il termico è, in tal senso, perfetto: ho un picco di domanda?, accendo la centrale a gas; ho un calo?, la spengo.

Riflettiamoci su, a partire da un semplice esempio: come mai sono pochissime le aziende che collegano i propri PC a gruppi di continuità? (Non sto parlando dei server, ma dei “comuni” computer da ufficio.) Semplice: oggi l’interruzione di corrente è un evento raro, e i costi di acquisto/manutenzione per tali dispositivi non si giustificherebbero.

E se invece finissimo in un mondo dove l’interruzione di energia elettrica è la norma e non l’eccezione?

Si dirà: <<beh vabbé, è “solo” un problema culturale, basta abituarsi a fare le lavate in lavatrice di giorno (quando i pannelli fotovoltaici producono) anziché di sera!>>

Purtroppo no… perché – e lo si vede dai dati statistici – i consumi domestici rappresentano solamente il 22,6% del totale. Il restante 77,4% è rappresentato da industria, terziario, ed agricoltura. Quindi il nocciolo del problema non è nelle case, ma fuori di esse.

Se manca la corrente in azienda o nell’ufficio, che si fa? Si manda la gente a casa perché è impossibile lavorare?

Senza contare che molte realtà NON possono subire interruzioni di corrente prolungate: penso agli ospedali, ai data center, ai processi industriali a colata di metallo, alla rete ferroviaria…

Insomma: una grande quota di rinnovabili renderebbe la nostra rete elettrica altamente discontinua, rispetto alla quale noi saremmo tutti disperatamente impreparati. Tecnicamente, prima ancora che culturalmente.

2. Quando non serve

In secondo luogo, c’è il problema opposto a quello precedente, ossia quello dell’energia prodotta in più: ad esempio di giorno, quando il pannello fotovoltaico è al massimo della sua efficienza, ma la domanda non è tale da assorbirla.

Cosa ne facciamo, di questo surplus?

Sarebbe bello “metterlo da qualche parte” per usarlo quando serve, ad esempio di notte. E di soluzioni tecniche ne esistono… ma si portano dietro grosse problematiche di costi e di inquinamento.

Un sistema ad esempio è quello di costruire un bacino idroelettrico che usi l’energia in più per pompare acqua, e ne sfrutti la caduta per produrla quando manca. Ma è una soluzione costosa.

Gli accumulatori elettrochimici (le famigerate pile) sembrano l’ideale. Però hanno tre problemi:

  1. Per produrli sono necessari materiali inquinanti;
  2. Dopo una decina di anni, perdono efficienza e vanno sostituiti;
  3. Costano un botto: da diverse migliaia di euro per uso casalingo, a “peggio mi sento” immaginando un uso industriale (sarà per questo che non s’è mai vista una fonderia funzionare a pannelli solari?)

Sento già il grillino di turno ribattere: “Ma ci pensa la tecnologia! Aumenterà le prestazioni, e ridurrà i costi! Guarda cosa è riuscita a fare con computers e telefonini in un decennio!”. E si fa riferimento alla Legge di Moore, per la quale le prestazioni dei processori raddoppiano ogni 18 mesi. Lo smarphone di oggi è mostruosamente più potente del PC di ieri.

Ma questa legge attiene al mondo dell’informatica, e non si può applicare a tutti i contesti. La miniaturizzazione, qui, non aiuta: l’efficienza di un nuovo accumulatore potrà aumentare di uno o due punti percentuali, ma non certo raddoppiare ogni anno e mezzo!

Stessa cosa per le materie prime: possiamo ridurle, ma non dimezzarle… ed estrarle costa sempre di più… e quindi il costo globale non diminuisce, anche se aumenta la produzione.

Insomma: se la nostra attuale rete elettrica non utilizza dispositivi di stoccaggio, un motivo c’è. Qualunque elemento di complessità aggiunto a un sistema semplice, implica aumento di costi. Non esistono soluzioni facili e indolori.

3. A proposito di costi

Il ragionamento sulle rinnovabili, infine, va sempre fatto considerando il classico “conto della serva”.

Mi faccio aiutare da questo brano di “The energy issue: a more urgent problem than climate change?” (J. David Hughes):

Una pala eolica da 2 Megawatt contiene 260 tonnellate di acciaio, che hanno richiesto 170 tonnellate di carbone coke e 300 tonnellate di ferro minerale, estratti e trasportati e prodotti utilizzando idrocarburi.

La domanda è: per quanto tempo la pala dovrà generare energia prima di crearne più di quanta ne sia stata spesa per produrla?

In siti ottimamente ventosi, può impiegare tre anni o meno; in località poco ventilate, il recupero energetico potrà anche non essere mai raggiunto.

Significa che la pala può girare sino a sfiancarsi, senza aver mai generato l’energia investita nella sua produzione.

Chiaro, no?

Se qualcuno pensa che il vetro dei suoi pannelli fotovoltaici sia stato prodotto con una fornace a legna gestita da Hobbitt nella Terra di Mezzo, si sbaglia di grosso. Probabilmente hanno usato l’energia di una centrale nucleare tedesca o cinese.

4. Varie ed eventuali

Infine, e siccome mi sono dilungato sin troppo, non approfondisco altre questioni che meriterebbero attenzione, quali ad esempio:

  • Lo scempio ambientale rappresentato da pannellature fotovoltaiche e pale eoliche, più volte nel mirino di enti ecologisti (per quanto la cosa possa sembrare paradossale).
  • La manutenzione ed i costi di smaltimento per queste attrezzature: non ne parla nessuno, ma i pannelli fotovoltaici sono tutt’altro che eterni, mediamente “campano” 30-40 anni.
  • L’inquinamento armonico sulla rete elettrica, dovuto all’utilizzo degli inverter, necessari a trasformare la corrente continua (delle rinnovabili) in corrente alternata (quella presente sulla rete stessa).

E quindi?

E quindi siamo alle solite: quando la soluzione è troppo bella per essere vera, c’è quasi sempre sotto una qualche fregatura.

Torno al discorso iniziale: un problema tecnico richiede soluzioni tecniche, vagliate da persone opportunamente competenti. Altrimenti, si fanno solo discorsi (politicamente) strumentali.

Io non sono un esperto di reti elettriche; però so come informarmi, ritengo di avere una mentalità “scientifica”, e non mi faccio influenzare dai proclami su quanto sia bello e pulito tappezzare lo Stivale con pannelli fotovoltaici.

Non si tratta unicamente di un problema di cultura e di buona volontà: c’è molto di più di questo.

L’importante è esserne consapevoli… specie nelle “stanze che contano”.

Il punto personale sui (dis)social network

I social network sono un po’ come i calzini sporchi: li abbiamo tutti, non ne parliamo mai, ma li curiamo tra le nostre 4 mura. Questo è il mio personalissimo punto di vista e la mia esperienza, per quella che vale!

Facebook

Ovvero: la lavagna infame

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Sono iscritto giusto giusto da sei anni. E vi rimango obtorto collo… nel senso che resta un buonissimo mezzo di comunicazione col gruppo di amici “del Sabato sera”. Non fosse per quello, però, me ne sarei già uscito da un pezzo.

Il problema di Facebook è che c’è troppo spazio per scrivere e pubblicare, e troppa gente.

Si tratta di una miscela infernale, atta a scatenare il populismo più bieco, la discussione più inutile, il botta e risposta più virulento.

Non sempre è così, chiaramente; ma diciamo che, almeno per me, il rapporto tra fatica e gusto in Facebook è pericolosamente vicino all’unità.

https://www.facebook.com/nicola.focci

Twitter

Ovvero: la miniera di informazioni

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Il mio primo ‘cinguettio’!

Su Twitter arrivai circa un anno dopo di Facebook. E’ il mio social network preferito, per i seguenti motivi:

  • Si usano solo 140 caratteri (minore probabilità di scrivere corbellerie);
  • E’ una miniera di link utilissimi;
  • Puoi seguire qualcuno senza essere necessariamente seguito;
  • E’ snello e meno cervellotico di Facebook.

L’unica difficoltà che trovo in Twitter, è quella di avere – tra le circa 900 persone che seguo e la metà circa che mi seguono – anche un notevole numero di contatti anglofoni. E’ garantito che loro non capiranno nulla di ciò che twitto in italiano, e molti contatti nostrani non sanno l’inglese. Forse dovrei aprire un altro profilo…

Resta il fatto che su Twitter trovo una montagna di link utili da leggere, che naturalmente amo condividerli a prescindere dalla lingua.

Davvero spassosissimo, poi, seguire le trasmissioni TV più note ricercandone l’hashtag… 😀

https://twitter.com/nicolafocci

Google+

Ovvero: ad majora

E’ un amore complicato, quello tra me e Google+.

“Amore” perché questo social mi piace, lo trovo molto ben fatto e pienamente fungibile anche per foto e video, con alcune idee ottime quali quella delle “Cerchie“.  Ogni volta che lo apro, resto sempre ottimamente impressionato.

“Complicato” perché non riesco a costringermi ad usarlo. Forse perché il mio tempo è già sufficientemente suddiviso tra Facebook e Twitter… e quindi non ci metto il necessario impegno. Non lo apro con la frequenza che vorrei. Lo seguo in modo eccessivamente distratto.

Ma so bene che l’unica maniera per innamorarsene definitivamente, sia “usarlo” e basta…

Giudizio rinviato!, sperando in tempi migliori.

https://plus.google.com/+NicolaFocci

Pinterest

Ovvero: mettersi d’impegno

Buonissima idea, quella di Pinterest… che mi piacerebbe sfruttare maggiormente, ma torno a quello che scrivevo per Google+: il tempo è quello che è, disgraziatamente già assorbito dai primi due social che ho citato.

In Pinterest però vedo gli stessi pregi di Twitter, anche se su base “visuale”. Con un pregio ulteriore: quello di fungere da taccuino per gli appunti (sempre visuali) siano essi tratti da altri utenti o dal proprio computer.

Se quindi dovessi decidere di dedicarmi seriamente a un social, sarebbe sicuramente questo. Lo vedrei come un ottimo completamento dei miei due blog (questo, e quello di fotografia).

Me lo appunto nella personale lista delle “cose da fare”, decisamente.

LinkedIN

Ovvero: lavorativamente parlando

Siamo, naturalmente, in un ambito di nicchia.

Confesso di non frequentarlo molto… nel senso che lo apro giusto un paio di volte la settimana, per vedere se ci sono novità.

http://it.linkedin.com/pub/nicola-focci/38/932/186/

If This Then That

https://ifttt.com/

Sì, lo so, non si tratta di un social network. Ma mi sento decisamente di consigliarlo, per chi non lo conoscesse.

Funziona efficacemente da trait d’union tra tutte le nostre istanze virtuali, ed anche servizi di archiviazione come Evernote, Dropbox, o Google Drive. Molto ma molto comodo.