Il senso di una laurea

“Omnia in mensura et numero et pondere” (Sap 11,21)

(“[Ma tu hai] disposto ogni cosa con misura, calcolo e peso”)

(Scritta nell’Aula Magna del Dipartimento di Chimica, Bologna)

Vista del poliedro metallico Rh15C2Br2 in [Rh15C2(CO)24,25Br2]3- (mio oggetto di tesi)

Qualche tempo fa mi ha telefonato un tizio appassionato di fotografia, intavolando una discussione su un problema di sviluppo dei suoi negativi.

Il misterioso mondo di Google lo aveva condotto al mio sito, e di lì al mio numero di cellulare.

“Le volevo chiedere come sviluppare i miei negativi in modo che siano meno contrastati, quale prodotto usare”.

Poi ha aggiunto la stoccata:

“Del resto, lei è anche un Chimico….

SIGH! 😦

Sono sicuro al 99% che il tizio non fosse un laureato, perché questa certezza ce l’hanno di solito quelli che (per fortuna o per sfortuna) non hanno avuto a che fare con l’università.

Mi riferisco al fatto che un laureato in Chimica (o in Fisica, o in qualunque altra disciplina) sia automaticamente un’enciclopedia ambulante di questa vastissima scienza, in grado di sciorinare in qualunque momento formule su formule, soluzioni su soluzioni, risposte su risposte.

E’ un mito che va assolutamente sfatato… e vediamo perché.

Nonché e quale sia (a mio parere) il reale valore aggiunto di una laurea.

1. Scibile vastissimo

Anzi tutto, la Chimica è appunto una scienza estremamente vasta.

Esiste la fotochimica, la chimica inorganica, la chimica organica, la chimica delle macromolecole, quella delle radiazioni, la chimica analitica, l’elettrochimica… e ovviamente si studiano quasi tutte, ma è impossibile dopo 30 esami diversi (tanti erano i miei) essere espertissimi in tutte queste branche.

Buona grazia se lo si è nell’argomento della tesi!… che, nel mio caso, era di strutturistica (studio dei cristalli mediante diffrazione di raggi X).

Semmai, questo sì, diventa più facile reperire ed assimilare determinate informazioni, perché si sono già affrontate in passato… Ma di qui a sciorinare automaticamente principi di riduzione dei sali d’Argento mentre si passeggia per gli scaffali dell’IKEA, beh, ce ne passa.

2. Impara l’arte e mettila da parte

Secondo aspetto: non è assolutamente detto che si finisca per praticare ciò per cui ci si è laureati.

Può benissimo capitare che si impari l’arte, e poi la si metta da parte… anche a tempo indeterminato.

Io, ad esempio, mi occupo di sistemi gestione qualità (ISO 9001) e quindi tutt’altro dalla Chimica. Me ne occupo da quindici anni, peraltro – non da due o tre.

E di fatto non vedo un laboratorio chimico dal 1997 (l’anno della tesi).

Ma allora la laurea non serve a nulla?

Secondo me serve eccome. E non solo (o meglio non tanto) per quella “quota parte” di conoscenza specifica che comunque fornisce.

1. Pellaccia dura

In primis, quando affronti 30 esami tutti difficili (no, nessun complementare che trattasse di soap opera o da passare in scioltezza) ti fai una certa “buccia” di fronte alle avversità che troverai anche nel mondo del lavoro.

Impari a rischiare, a buttarti, a sapere che quasi sempre esiste una seconda possibilità.

Impari sulla tua pelle che la maniera con cui si comunica vale quanto (se non di più) del “cosa” si comunica.

Questo tipo di esperienza non si può comprare. Non si impara sui libri.

2. Sapersi organizzare

Poi, impari ad organizzarti.

Le nostre testi, ad esempio, erano sperimentali: un sacco di dati da analizzare, e tempi da da rispettare.

Io applicavo il Diagramma di Gantt prima ancora di sapere che si chiamava così, avevo un capo che mi consegnava la lista delle reazioni da fare con relativa tempistica, spesso dovevo cavarmela per conto mio (quanto tempo passato in biblioteca a leggere testi in inglese!).

All’università, e forse per la prima vera volta nella vita, si è lasciati quasi da soli.

E si matura… eccome se si matura.

3. Modelli di riferimento

Ultimo ma non ultimo aspetto, ti crei una forma mentis.

A tale proposito, cito la madre di tutti i miti da sfatare: l’Università deve fornire strumenti concreti. Assolutamente no, o meglio non solo: l’Università fornisce modelli che possono poi essere applicati all’analisi e risoluzione di problemi, per analogia con quello che hai imparato.

Modelli che sono preziosi sia nel lavoro (molto di ciò che succede in azienda, ad esempio, si può spiegare con le leggi dell’equilibrio chimico…) sia nella vita di tutti i giorni.

Disclaimer

Con questo, naturalmente, non voglio dire che i non laureati sono timorosi, disorganizzati, e bovini!

Conta moltissimo anche la predisposizione personale: io ho genitori non laureati, ma farei la firma per avere la loro cultura e forma mentis!

Forse, però, una laurea conferisce molte chance in più per acquisire queste qualità.

E la telefonata?

Tornando all’amico che mi aveva telefonato nella speranza che io lo illuminassi con qualche speciale formula alchemica, gli ho cercato di spiegare che la fotografia va vissuta senza farsi eccessive masturbazioni mentali di carattere tecnico, perché infondo è una forma d’arte.

Ma questo è un altro film…

 

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Riflessioni sul colpo di genio

Londra, British Museum, Settembre 2012

E niente*, io a questa storia dell’artista che viene colto da ispirazione improvvisa non ci credo molto.

Parlo dell‘illuminazione geniale ed imprevedibile… stile “ho visto la luce” dei Blues Brothers… magari in un luogo “topico” che poteva accadere solo lì e da nessun altra parte, come la casetta-bunker nel bosco di J. D. Salinger.

Più studio le vite dei grandi artisti, più mi convinco che sia una cagata pazzesca.

Alle spalle hanno tanta pratica e tanto sudore – altro che colpo di genio. E quando devono creare arte, essi – semplicemente – si mettono lì, e fanno arte. 

In qualunque momento.

Non esiste alcuna ispirazione folgorante, luogo ideale, magia, orario perfetto… quasi mai, perlomeno.

Del resto, io mica mi immagino Modigliani che mette in posa la modella e poi aspetta che arrivi il raptus creativo. Semmai me lo immagino che se la porta a letto! Ma sono quasi certo che prendesse i suoi pennelli, e “semplicemente” dipingesse. Che fosse sobrio o strafatto di assenzio.

Pesi inutili

Anche per questo, ho smesso di girare con un Moleskine nel marsupio.

<<Se mi viene un’idea, avrò modo di scriverla per non dimenticarla!>>, mi dicevo.

Beh, era diventato un peso inutile: ci fosse stata una volta che mi sia venuta un’idea mentre guidavo nel traffico o facevo la doccia! Invidio chi ci riesce… e invece a me le idee vengono soprattutto leggendo, scrivendo, pensando, fotografando. Facendo, insomma.

Perché poi, alla fine della fiera, spesso le idee emergono proprio così: il work in progress il lavoro in corso d’opera – apre le porte, crea le possibilità, amplia l’orizzonte mentale.

Per digerire bene, bisogna cominciare a masticare.

Il famigerato “blocco”

Di qui, è breve il salto a parlare di un tema molto classico: il blocco dell’artista. 

Anche questo, secondo me, è,un falso mito. Almeno nell’accezione comune, che sarebbe quella di “mancanza di creatività”:<<Sto passando un periodo così, sono poco ispirato, manca la scintilla…>>.

Io penso invece che il “blocco” non derivi da qualcosa che manca, ma da qualcosa che ostruisceun muro di gomma di insicurezze (e perché no, di vergogna) che l’artista stesso si mette davanti. Una prigione dalla quale può uscire solo lui, con le sue forze… non certo grazie ad un’ispirazione infusa.

Il resto, è tutto nei miti di Hollywood. Tony Stark, il miliardario fico che fa la bella vita e ogni tanto ha il colpo di genio. Emmett “Doc” Brown, lo strampalato inventore della macchina del tempo di “Ritorno al futuro”.

Cose così.

(* ci sono cascato anche io, in questa moda di cominciare un articolo con “E niente”. A ben pensarci, è terribile. “E niente” che cosa? Mah!)

La curva normale non è la normalità

Ogni giorno prendiamo decine e decine di decisioni, molte delle quali mutuate dalla nostra esperienza e dal nostro vissuto.

Abbiamo un’idea precisa di cosa dovrebbe essere “normale”, e quindi “da preferire”.

Questa idea si è modificata nell’era moderna, perché deriva in parte dalla scoperta del matematico Carl Friedrich Gauss (1777-1855): la “gaussiana” o “curva di distribuzione normale”.

La distribuzione normale (fonte: doctordisruption.com)

La distribuzione normale (fonte: doctordisruption.com)

Per capire come si legge la curva, basta condurre un semplice esperimento: misurare l’altezza in un campione di persone. Si riportano i valori di altezze sull’asse X (1 metro e 65, 1 metro e 67, e così via) e il numero di rilievi sull’asse Y.

Unendo i punti, si ottiene quella curva a campana… che ha un picco in corrispondenza di un valore medio. Per restare nell’ambito del nostro esperimento, tale valore medio in Italia corrisponde a 1 metro e 75cm negli uomini tra 35 e 44 anni, e va poi a scendere man mano che cresce l’età del campione.

La curva di distribuzione normale ha una precisa caratteristica: presuppone che il 95% dei valori (vedi figura) ricada in un intervallo pari a due volte la deviazione standard (σ) al di sopra ed al di sotto della media. Detto in parole povere: i valori estremi sono assai poco probabili.

Questo porta all’errore di sottostimare gli estremi, e sovrastimare la media. Un po’ come dire che se la tua età è compresa tra 35 e 44 anni e non sei alto 175cm, non sei normale.

Se questo approccio può funzionare nella produzione industriale (il mio macchinario non è soggetto ad “errori casuali” ed è quindi sotto controllo, producendo il 95% dei pezzi conformi alle specifiche), risulta del tutto inadeguato quando si parla di “fatti umani”.

Quasi tutte le questioni sociali non sono efficacemente descritte dal modello della curva normale.

Nassim Nicholas Taleb, nel suo ottimo e già citato “Il cigno nero”, fa un esempio molto chiaro. Consideriamo un campione di mille persone, col loro reddito annuo; e mettiamoci dentro Bill Gates.  Finirebbe certamente nel punto più basso della curva; eppure il suo patrimonio di 50 miliardi di dollari oscura quello di tutti gli altri! E’ un estremo poco probabile, ma assai importante.

Un interessante studio (“The Best & the Rest: Revisiting the Norm of Normality of Individual Performance”, Ernest O’Boyle Jr., Herman Aguinis) ci porta un ulteriore esempio paradigmatico: la performance sul lavoro.

In questo caso, la distribuzione è di tipo “Paretiano” e cioè non centrata sulla media:

Distribuzione Paretiana vs. Normale (dal link citato)

Ossia: non c’è un picco, ma una coda lunga.

Cosa significa? Che la maggior parte dei performer non ricade in corrispondenza della media. La media raccoglie solamente il 10% dei casi. Le performance migliori (più significative) sono ottenute da pochi “superstar”.

Ecco quindi che il concetto di media è del tutto privo di significato. 

Una gestione basata sulla distribuzione normale può portare il management a compiere errori quali:

  • Stabilire gli obiettivi (es. target di produzione) sulla base del tempo “medio” di produzione, senza considerare che si può fare molto di meglio (e c’è chi lo fa, anche se pochi);
  • Concentrarsi sulla formazione dei dipendenti a performance media o bassa, ignorando le poche “superstar” che invece fanno la maggior parte del lavoro;
  • Gratificare il salario della media dei dipendenti anziché dei “superstar”;

E così via.

La cosa diventa particolarmente evidente nei lavori creativi. La Apple non sarebbe stata la Apple senza il suo “superstar” Steve Jobs, o altre “superstar” come Jony Ive.

Lo studio chiarisce che l’intento non è quello di discriminare chi non è “superstar”, quanto ragionare sul modello. Ad esempio, un cattivo performer in un determinato ruolo, può diventare una “superstar” in un altro.

Anche al di fuori delle aziende, comunque, resta evidente un fatto: la media non è così importante come il retaggio culturale ci impone di pensare.

Insomma: giusto per citare nuovamente Apple, “Think different”.

Il ritorno su Facebook (ma con giudizio)

A Luglio ho aderito all’iniziativa “99 days of freedom”: 99 giorni senza Facebook. Ne ho discusso a suo tempo, in questo post.

Un mese dopo avevo fatto anche questo punto della situazione. Dove maturavo (in modo nemmeno troppo sommerso) l’idea di mollare per sempre questo social network.

A distanza di circa due mesi, ho cambiato idea.

Insomma, rientro…

…ma dalla porta di servizio. Nel senso che questi 99 giorni non sono stati inutili, e mi hanno insegnato diverse cose. Come spesso capita quando un oggetto o una persona non ce l’hai più, rifletti veramente sul valore del rapporto con quell’oggetto o quella persona.

A mio modo di vedere – e considerato che non uso Facebook per fini commerciali – questo social ha “solo” due frecce al proprio arco:

  1. E’ diffusissimo. Anche chi sostiene di non avere un profilo su FB, o ce l’ha sotto mentite spoglie, o l’ha avuto.
  2. Ha strumenti di comunicazione molto efficaci. Penso non tanto alla messaggistica, quanto alle notifiche ed anche agli eventi.

Dunque, trovo che Facebook sia molto utile per estendere la propria rete di contatti, e allungare l’onda della propria comunicazione.

In questo senso, è decisamente potente.

Io amo Twitter e lo preferisco alla grandissima; ma è una cosa diversa (qualcuno ha scritto che “su Facebook segui le persone perché le conosci, su Twitter le segui perché condividi gli stessi interessi”).

Detto dei vantaggi, bisogna anche citare alcune nefaste caratteristiche di Facebook in cui talvolta incappavo pure io (come soggetto attivo intendo), e che mi riprometto di evitare come la peste bubbonica.

Che io ci riesca in pieno, lo dirà il tempo; intanto, però, ne faccio un proposito:

1. Farmi i c@xxi altrui

E’ inutile essere ipocriti, Facebook è nato per quello e quasi tutti lo usano anche per quello: farsi gli affari degli altri.

  • “Ma guarda!, Tizio ha fatto un incidente, ha messo anche le foto dell’auto ammaccata!”; 
  • “Ah, Sempronia è poi incinta?”;
  • “Com’è invecchiato Caio!”; “
  • “Ma pensa te, cosa mi combina Abelardo…”;

…e così via.

Siamo esseri umani, e quindi irresistibilmente attratti dall’idea di sapere come se la passano i nostri simili. Magari nella speranza che stiano come o peggio di noi, che si sa, “mal comune mezzo gaudio”.

Come diciamo a Bologna: “bona lè”, basta.

Massimo rispetto per le vite degli altri; ma ognuno ha la sua.

2. Evitare il pulpito

Altro uso classico di Facebook: dar voce al proprio Ego, sparandola grossa.

Oggi mi gira male verso – che so io – i vigili?, e allora zac!, scatta lo “stato”: possibilmente a metà tra il nevrotico e il lamentoso, e nella speranza di accumulare tanti “Mi piace”.

L’Ego si manifesta spesso anche inventando storie pazzesche su quello che ci è appena capitato (dico così perché certe cose non succedono neanche al ragionier Fantozzi), insomma “fare il simpaticone” sempre con la speranza di avere tanti “Mi piace”.

Ma si vince qualcosa, all’ottantesimo “Mi piace”? Abbiamo così poca stima di noi stessi, da necessitare questo tipo di approvazione per sentirci bravi?

3. Evitare sciikimiki e affini

Mi sarà molto facile evitarlo, perché non sono mai cascato: diffondere improbabili bufale mediante un uso ossessivo-compulsivo del tasto “Condividi”.

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Ché di bufale si tratti, non serve Guglielmo Marconi per capirlo. Solo un microcefalo può credere che qualcuno sparga delle scie chimiche velenose dagli aerei di linea. Dài, su.

Ma che si tratti di quello o della dieta alcalina o dei chip sottopelle, sta di fatto che Facebook è una cassa di risonanza abnorme per queste cretinaggini prive di qualunque fondamento scientifico.

Come dice quel proverbio, “L’ignoranza non uccide, ma fa sudare parecchio”. Già prima me ne tenevo alla larga; ma ora eviterò anche di perdere tempo per confutarle.

4. Ignorare le provocazioni

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Chi mi conosce sa che non ho il carattere del provocatore: tendo ad essere una persona abbastanza equilibrata e tranquilla.

Purtroppo, però, faccio una fatica terribile a non rispondere alle provocazioni: mi prudono le dita… ed alla prima riga inviata, la quiete è già finita: inizia il botta-e-risposta.

C’è chi si diverte senza farsi il fegato centenario, ma non è il mio caso.

Anche perché quasi sempre queste discussioni sono inutili. Battaglie sul nulla… che tanto la testa altrui non si cambia, così come non cambierà la mia.

Esistono modi decisamente più creativi ed intelligenti per perdere il proprio tempo.

Anche qui: “bona lè”.

Insomma…

Il 18, Sabato, scadono i fatidici 99 giorni. E mi potrete ritrovare qua!

The Leftovers

(Fonte: serialminds.com)

(Fonte: serialminds.com)

La prima serie di “The Leftovers” è appena finita (su Sky Atlantic) lasciando tonnellate di interrogativi e questioni irrisolte, come da tradizione del creatore Damon Lindelof (lo stesso di “Lost”).

Per chi non avesse visto questa fiction, riassumo in breve la trama, tratta dal libro “Svaniti nel nulla” di Tom Perrotta.

Un bel giorno, il 2% della popolazione (circa 140 milioni di persone) svanisce appunto nel nulla, improvvisamente, senza lasciare tracce. “The leftovers” racconta gli eventi a tre anni da questo trauma, illustrando le vite di diversi personaggi: tutti residenti nella medesima comunità (Mapleton), e tutti a doversi confrontare con la sparizione o con le conseguenze che essa ha direttamente o indirettamente determinato.

Le prime puntate sono un po’ lente, e confesso di averle seguite con fatica. Non è facile affezionarsi ai personaggi: i loro caratteri ed intrecci vengono rivelati man mano, goccia a goccia, millimetro per millimetro. Era poi la medesima caratteristica di “Lost”: si viene presi dal “come”, non tanto dal “cosa”.

Verso metà serie, comunque, si comincia ad avere un quadro più completo dei personaggi, che – devo dire – sono proprio azzeccati. E si viene rapiti! Perché c’è un po’ di tutto: chi non si rassegna, chi invece lo fa, chi impazzisce, chi sembra essere pazzo ma non lo è, chi viene redento, chi sceglie di non esserlo… La scelta degli attori poi aiuta parecchio, così come la musica, e in generale bisogna dire che questa serie è confezionata proprio bene.

Ed è anche molto molto ben scritta, è chiaro. Per esempio, trovo molto valida l’idea di concentrare in un’unica puntata (la penultima) il flashback dei personaggi e delle loro vite subito prima della sparizione – anziché “spalmare” queste immagini lungo tutta la serie come in “Lost”. A mio parere, questa puntata è forse la migliore di tutte.

“The Leftovers” insomma si lascia guardare con  grande trasporto (parlo per me) e s’è certamente guadagnata la visione della seconda stagione!

Del resto la voglia di “sapere di più”, è tanta. Quando scorrono i titoli di coda dell’ultimo episodio, infatti, gli interrogativi sono ancora tutti lì sul tavolo… irrisolti… e trainati da quell’evento incredibile ed iniziale, quella storia al tempo stesso geniale ed inquietante.

Già: alla fine, è sempre la storia a trainare tutto. E qui mi “scappa” una riflessione più ampia.

Da qualche parte (non ricordo sinceramente dove) ho letto che la grande “forza narrativa” degli autori americani sta proprio qui: nel potere delle loro storie.

Spesso si pensa che invece, dalla loro parte, abbiano soprattutto gli effetti speciali… come nel caso di “The walking dead”, e per non parlare di Hollywood.

E invece no: “The leftovers” non ha fuochi artificiali di alcun tipo (ma nemmeno “I soliti sospetti” o “Quarto potere”, giusto per tornare alla Mecca del cinema). Una storia così, senza computer graphic e con scenografie davvero accessibili, l’avremmo potuta girare anche in Italia a costi ridotti.

E viene quasi da pensare che, infondo, non era poi difficile.

Però siamo sempre lì: l’uovo di Colombo diventa banale, una volta che qualcuno ci ha mostrato come farlo.

Per questo genere di cose – di fiction e di film – sono invece necessarie le idee, e la tenacia per portarle avanti. Due aspetti che, nel nostro bel paese a forma di scarpa, purtroppo latitano.

Andare a capo, questo sconosciuto

Islanda, dintorni di Reykjavik, Agosto 2014

Da poco più di una settimana, e seguendo i consigli de “La via dell’artista” di Julia Cameron, sto scrivendo tre pagine di getto appena sveglio.

A mo’ di meditazione, praticamente.

Siccome lo sto facendo con carta e penna, mi sono imbattuto in un problema col quale non mi confrontavo da un sacco di tempo: la divisione in sillabe per andare a capo alla fine della riga.

Sin-to-ma-ti-co

Non che sia un grosso problema, intendiamoci: tale è stata l’abitudine di farlo per decenni, che non l’ho ancora persa. Di sicuro, però, negli anni post-universitari non  l’ho affatto esercitata.

Il motivo è semplice: ci pensa il software per noi. O meglio non ci pensa proprio… nel senso che la sillabazione di Word (tanto per citarne uno) deve essere impostata ma non è automatica: il programma si limita a giustificare il testo, adeguandone la spaziatura*.

Tornando ad usare carta e penna, invece, ecco il confronto con il famigerato fine riga… 

Certo: nel dubbio, la tecnologia torna in nostro aiuto, anche con strumenti on line.

Ma la cosa mi ha un po’ preoccupato.

Quante sono le abilità che, a causa dei moderni mezzi informatici, rischiamo di perdere?

* E’ il motivo per cui tanti e-book in PDF (o cartacei derivati da PDF) sono terribili a vedersi ed a leggersi: non c’è sillabazione. Personalmente io uso LyX, l’unico software in grado di fornire un PDF tipograficamente ineccepibile. Per chi volesse approfondire, “Libri perfetti con LyX” è un mio e-book gratuito sull’argomento.

Riflessioni (necessariamente amare) sulla pensione

Cesenatico, Agosto 2012

Sono un lavoratore dipendente con contratto a tempo indeterminato, e per questo motivo mi ritengo sicuramente fortunato – in un momento in cui la disoccupazione cresce, e trovare un impiego è tutt’altro che facile.

Questo, per quanto riguarda il presente.

Il futuro, però, è un’altra faccenda.

Infatti, non si può essere automaticamente fiduciosi solamente perché sino ad ora in qualche modo è andato tutto bene. Scrive giustamente Nassim Taleb nel suo ottimo saggio “Il Cigno Nero”:

Costruiamo le nostre credenze intorno ai punti di riferimento che abbiamo in mente, per esempio le previsioni sulle vendite, perché paragonare un’idea a un punto di riferimento richiede meno sforzo mentale che valutarla in assoluto.

Taleb fa il truce esempio del tacchino, contento e soddisfatto perché viene ingozzato di cibo ogni mattina… sino al giorno del ringraziamento, quando improvvisamente le sue previsioni crollano in modo radicale.

Questo mi porta a riflettere sulle pensioni, prendendo spunto da un articolo di Oscar Giannino su Linkiesta: “Pensioni, la santa alleanza contro i giovani”.

Un sacco che si riempie e subito si svuota

I contributi pensionistici sono finanziati dallo stesso lavoro che mi da’ il pane. E nemmeno per poco: facendo i conti, il 35% della mia busta paga se ne va in tasse!

Se questi soldi andassero davvero a comporre un “tesoretto” ai fini della mia pensione, ne sarei ben contento; ma la realtà è molto diversa.

Questi soldi servono invece per pagare chi già in pensione si trova  (ed in tal senso il “regime contributivo” introdotto nel ’95 dalla riforma Dini non ha cambiato le carte in tavola).

Detto in soldoni: i nostri soldi entrano all’INPS, per poi uscire subito, ed andare nelle tasche degli attuali pensionati. 

Noi lavoratori non stiamo accumulando: stiamo finanziando.

Certo, lo stesso accadrà (auspicabilmente) a chi lavora mentre noi saremo in pensione; ma con un “sacco” che, a quel punto, si sarà svuotato in modo indicibile. Perché l’aspettativa di vita s’è allungata (era 65.5 anni nel 1959, mentre oggi è circa 80) e con essa il numero di pensionati che a quel sacco attingono; ed anche perché – come scrive Giannino – non pochi pensionati godono di cifre esagerate rispetto ai contributi versati, garantite dal precedente sistema retributivo:

Il 7,8% dei pensionati, che stanno sopra i 2.500 euro al mese, incassano 58 miliardi l’anno dei 256 miliardi di pensioni, cioè quasi il 20%.

Batman non arriverà

Intendiamoci: non sto facendo polemica con gli attuali pensionati (tra i quali peraltro ci sono anche i miei genitori).

E’ un sistema voluto dalla politica, non da loro.

Sta di fatto che quella subita da noi attuali lavoratori, è una vera e propria vaccata generazionale. E non ci voleva Marconi per capire che, nel tempo, questo sistema non avrebbe mai potuto sostenersi.

Certo: sarebbe bello che la politica, dopo averci messo in questo casino, ci tirasse anche fuori. Ogni tanto – nei miei sogni più agitati – vedo arrivare un politico a la Batman o Capitano Kirk, che mette mano a questa questa clamorosa ingiustizia e ci salva tutti.

Ma poi, regolarmente, finisce che mi risveglio. Perché lo sappiamo bene: in ItaGlia, i diritti acquisiti non si toccano, anche se sono economicamente insostenibili.

Quindi?

Assunto il Maalox d’obbligo per stemperare l’inevitabile gastrite che segue a queste riflessioni, viene però da chiedersi cosa si può fare.

Certo, c’è la pensione integrativa; ma quanto vi si riesce ragionevolmente a versare, con buste paga così iper-tassate? C’è un motivo se i nostri genitori riuscivano a “mettere da parte”, mentre noi facciamo una fatica terribile! (Ed evito di approfondire i concetti pericolosamente “gaussiani” della finanza: basta leggere il già citato saggio di Taleb).

Di sicuro, serve a poco farsi un fegato così, o gridare contro la classe politica che ha portato il paese a questo stato.

Secondo me, l’unica cosa da fare è solo una: maturare una piena e totale consapevolezza.

Noi fortunati lavoratori, cioè, dobbiamo:

  1. Essere informati di tutto questo,
  2. Essere consapevoli che domani andremo in pensione col 40% del nostro attuale stipendio – se va bene.

Il che non significa buttarsi dal ponte al grido di “Moriremo tutti!!”… ma prepararsi a un tipo di vita molto diversa da quella che hanno ora i nostri genitori.

Con atteggiamento positivo, certo; ma anche con tanto – tantissimo – realismo.

Ed evitando di fare come il tacchino, insomma.