La comunicazione ai tempi di WhatsApp

Da bravo grafomane prolisso, nutro una certa repulsione verso la messaggistica istantanea e il suo modo di comunicare sintetico e poco esaustivo.

Come tutte le cose social, rappresenta l’eccesso comunicativo che tende a comunicare poco (!). Quindi bisogna leggere molto tra le righe, lasciando perdere la logica. Evitare di prendere alla lettera, e cogliere uno (spesso fumoso) senso generico.

Odio questo modo di comunicare!, e riconosco di essere un dinosauro.

Però mi piaccio così come sono… Anche se a volte piglio delle cantonate. Ecco un esempio alquanto banale, che però mi ha fatto sorridere.

Galeotta fu la mozzarella

E’ sera, e mia moglie Michela esce un po’ tardi dal lavoro e mi comunica che andrà  a salutare i suoi prima di venire a casa.

Decodificando il messaggio, significa che metterà piede in casa ad orari antelucani.

Ci accordiamo quindi – rigorosamente via WhatsApp – per cene separate.

Ovviamente lei non avrà molta voglia di cucinare quando arriva (come darle torto); quindi si discute di una mozzarella di bufala che abbiamo nel congelatore, oppure qualche altra alternativa.

Mi viene in mente che potrebbe passare a prendersi la pizza da asporto tornando da casa dei suoi, e glielo scrivo.

IMG_2976

Quando Michela arriva a casa, apre il congelatore… e se la prende con me perché non c’è nessuna pizza surgelata lì dentro.

Pizza?, le dico, io pensavo che tu parlassi della mozzarella!, infatti – prima di risponderti “Sì!” – sono andato a controllare se c’era…

C’è logica e logica

Ecco la differenza.

Lei, che ha una mente molto più elastica della mia (nonché otto anni in meno), dava per scontato che la mozzarella surgelata ci fosse, e dava altrettanto per scontato che la sua domanda si riferiva ad una pizza preconfezionata.

“Del resto”, mi ha detto poi con la sua logica tetragona, “non ti chiedo se c’è qualcosa che già so esserci”.

Io invece ho risposto seguendo il filo logico del discorso: cito la mozzarella per ultima e ti passo la parola, quindi mi aspetto che – se tu non specifici il soggetto – tu ti riferisca al latticino. Ritengo che tu me l’abbia chiesto perché non sei sicura che sia davvero nel congelatore, quindi controllo, e ti rispondo che c’è.

Chi ha ragione?

Lei, sicuramente. Lungi da me voler subodorare il contrario.

Ma nulla mi toglie dalla testa, però, che spesso un soggetto in più nella frase aiuterebbe a sciogliere molti fraintendimenti.

La comunicazione è una cosa molto delicata: se tu semplifichi, non è assolutamente detto che io mi adegui e recepisca. 

Strumenti come WhatsApp, a parer mio, non agevolano per nulla tutto questo.

Poi, vabbé, in futuro vedremo di avere qualche pizza surgelata sempre pronta nel congelatore… 😀

Advertisements

Gli insopportabili silenzi

BMWHUWW

Non sono mai stato un chiacchierone.

Mia madre, anzi, ama definirmi <<un orso, come tuo padre>>. Mia moglie è sostanzialmente d’accordo! E io pure: non mi definirei “taciturno”, ma di sicuro non ho quella logorrea che caratterizza molte persone (e mi caratterizza quando quando scrivo).

Alcuni invece, e lo sappiamo bene, non vedono l’ora di attaccar bottone.

Sono un po’ dappertutto: sugli autobus, nelle sale d’aspetto, nella cerchia dei conoscenti… persone che, evidentemente, trovano insopportabile il silenzio.

E allora parlano.

Poco importa il cosa!, l’importante è chiacchierare e non lasciare che quella terribile cortina del silenzio cali su di noi.

Di solito, io affronto queste situazioni con una certa insofferenza. Me ne rendo conto, ma è più forte di me. Ho sempre pensato alla comunicazione come ad una cosa terribilmente seria: la si usa per un fine ben preciso, non “a perdere”. Parlare di banalità, è, per me, uno spreco di tempo.

L’insofferenza tende poi a trasformarsi in irritazione – e di nuovo non lo nego – quando l’interlocutore parla per volerti convincere di qualcosa.

Perché esistono quelle persone che devono per forza “dimostrarti” quanto sono in gamba. Qualunque cosa tu abbia fatta, loro l’hanno fatta prima e soprattutto meglio di te. Ti parlano delle loro vite, di quanto sono bravi sul lavoro, dell’esercizio fisico, della loro dieta, di questo e di quello… Manco fosse il Giudizio Universale e si trovassero di fronte al Padreterno a giustificarsi.

Io, comunque, ascolto. Raramente sbotto; più spesso lancio qualche segnale (tipicamente ignorato); ma comunque ascolto.

Mia madre (sempre lei, molto saggia) dice che ascoltare è molto importante. E’ una cosa che eleva. E’ un dono.

Ha sicuramente ragione. Però invariabilmente mi domando: ma è poi davvero così terribile, il silenzio?

“Oh, ma come c@xxo guidi?”

Sabato mattina.

Sono in scooter e mi sto dirigendo verso il centro di Bologna, con l’amico Fabio che mi segue in moto.

Infatti ci apprestiamo ad una bella seduta fotografica per il nostro progetto “C’era… oggi”.

Il centro è pedonalizzato, e l’ultimo tratto di via Ugo Bassi non è accessibile. Mi predispongo quindi per svoltare a sinistra in via Oleari, e di lì a destra in via Montegrappa.

Arrivo al semaforo prima di girare a sinistra. Davanti a me ho un Suzuki Burgman guidato da un tizio che sembra la versione bolsa di Jabba The Huttsento il povero monocilindrico sbuffare a fatica. Ci fermiamo entrambi al rosso.

Scatta il verde. C’è un uomo quasi fermo a metà delle strisce pedonali; Jabba gli passa dietro, ma io sono più veloce e (arditamente) gli passo davanti.

Nel contempo, supero anche il Suzuki (probabilmente ci sarei riuscito anche a piedi) e giro a sinistra in via Montegrappa.

Sento suonare insistentemente.

Accosto per parcheggiare, e Jabba rallenta facendosi vicino. Poi minacciosamente esclama: “Oh, ma come c@xxo guidi?”. Quindi prosegue lentamente, continuando a fissarmi con aria di sfida.

Poi se ne va a nasare i meloni da qualche altra parte.

E’ un episodio come se ne vedono tanti, quasi quotidianamente, sulle nostre strade. Nulla di straordinario.

Mi domando, però, cosa spinga un essere umano a questo tipo di rimprovero truculento da stadio – con tanto di “rallento e ti fisso nelle palle degli occhi”.

Cui prodest?

Mi vengono in mente solo poche spiegazioni:

  • Forse Jabba voleva darmi una lezione di guida e di stile.

Ma non mi conosce, né poteva vedermi dato che avevo casco integrale e visiera antisole abbassata. Per quello che ne sa lui, potrei anche essere Machete in vacanza: sai che me ne frega?

  • Forse Jabba era in cerca di approvazione.

Ma non c’erano testimoni pronti ad applaudirlo, né troupe televisive disposte ad immortalare il suo valoroso gesto da moderno gladiatore.

  • Forse a Jabba giravano perché aveva litigato col partner/figlio/figlia/cane/frigorifero/lo-sa-Dio.

Ma non è che prendendosela con me, risolve il problema. Quando rientra a casa, quel problema sarà ancora lì che lo aspetta.

Sta di fatto che io, sinceramente, proprio non capisco cosa spinga una persona a prendersela in questo modo con un perfetto sconosciuto. 

Sarà che io, di carattere, son proprio diverso.

In situazioni analoghe, probabilmente borbotto qualche ingiuria tra me e me, più per esorcizzare l’eventuale spavento; ma il fare da tifoso al derby, proprio no. La mia manovra era illecita, ci mancherebbe; ma io al massimo – al posto suo – mi sarei limitato al clacson.

Però già lo vedo, Jabba, che lega lo scooter con la catena e soddisfatto gongola: “Gliel’ho fatta vedere io, a quello lì!”.

Bravissimo. Continua così.

Però mica son tutti come me. Ti auguro di incappare in uno peggiore di te…

machete

Le pagine del mattino

Dicevo del suggerimento di quel libro, circa lo scrivere tre pagine di getto la mattina.

Non è male, devo dire. E mi sentirei di consigliarlo!

La prassi è proprio semplice: tre pagine al mattino, appena svegli.

Su che cosa?, non ha importanza. Quello che passa per la testa. L’argomento non conta: può essere il pensiero del momento, quello che si dovrà fare, quello che non è stato fatto… ma l’importante è che sia un autentico flusso di coscienza, privo di filtri.

Non bisogna nemmeno rileggerle, queste pagine… almeno per un po’. Così dice l’autrice del libro. Bisogna scriverle e basta.

Lei lo chiama “drenaggio cerebrale”.

Sebbene le pagine del mattino possano essere talvolta piacevoli, sono più spesso negative, frammentarie, autocommiseranti, ampollose o puerili, rabbiose o ironiche, e possono persino suonare stupide. Bene!
(Julia Cameron)

Lo scopo di questo esercizio? Liberare l’artista che è in ciascuno di noi. Operare una guarigione creativa.

Siccome sono righe scritte in totale libertà e senza alcuna prescrizione o vincolo che non sia lo scrivere e basta, ecco che il “censore che risiede nel nostro cervello” se ne sta zitto e non si mette a sindacare sul prodotto delle nostre meningi.

Eppoi non è male, prendersi un momento per se stessi. Tre pagine di tempo per meditare da soli. No?

E’ importante però che sia fatto:

  • A mano: Julia Cameron raccomanda di non usare la videoscrittura perché velocizza eccessivamente il processo (“E’ come andare a 130 all’ora e dire: aspetta!, ma non era quella la mia uscita?”).
  • Al mattino: non al pomeriggio o alla sera, ma come prima cosa  – in modo da non farsi influenzare da ciò che è accaduto nel corso della giornata, ed essere più liberi.

Io ho iniziato da circa venti giorni. 

Tutte le mattine mi alzo un po’ prima, tempero la matita – mi piace il suono della matita sulla carta! – e scrivo.

Certo, non sempre c’è la voglia; e alcune volte, anzi, è quasi una seccatura: hai dormito male, ti gira storto, ti prende la fretta, non ti viene in mente niente…

Però a volte sorprendo me stesso, con quello che scrivo.  Cose banali, intendiamoci: non certo la dimostrazione del Teorema di Fermat! Però capita che, senza freni né obiettivi, le associazioni e le idee saltino fuori da sé. E non sono davvero niente male.

Provateci! 😉

Andare a capo, questo sconosciuto

Islanda, dintorni di Reykjavik, Agosto 2014

Da poco più di una settimana, e seguendo i consigli de “La via dell’artista” di Julia Cameron, sto scrivendo tre pagine di getto appena sveglio.

A mo’ di meditazione, praticamente.

Siccome lo sto facendo con carta e penna, mi sono imbattuto in un problema col quale non mi confrontavo da un sacco di tempo: la divisione in sillabe per andare a capo alla fine della riga.

Sin-to-ma-ti-co

Non che sia un grosso problema, intendiamoci: tale è stata l’abitudine di farlo per decenni, che non l’ho ancora persa. Di sicuro, però, negli anni post-universitari non  l’ho affatto esercitata.

Il motivo è semplice: ci pensa il software per noi. O meglio non ci pensa proprio… nel senso che la sillabazione di Word (tanto per citarne uno) deve essere impostata ma non è automatica: il programma si limita a giustificare il testo, adeguandone la spaziatura*.

Tornando ad usare carta e penna, invece, ecco il confronto con il famigerato fine riga… 

Certo: nel dubbio, la tecnologia torna in nostro aiuto, anche con strumenti on line.

Ma la cosa mi ha un po’ preoccupato.

Quante sono le abilità che, a causa dei moderni mezzi informatici, rischiamo di perdere?

* E’ il motivo per cui tanti e-book in PDF (o cartacei derivati da PDF) sono terribili a vedersi ed a leggersi: non c’è sillabazione. Personalmente io uso LyX, l’unico software in grado di fornire un PDF tipograficamente ineccepibile. Per chi volesse approfondire, “Libri perfetti con LyX” è un mio e-book gratuito sull’argomento.

Cose che non sopporto

CavalloImpazzito

E perché mi danno fastidio? Non lo so. Una motivazione razionale, non c’è.

Ho però pensato che magari, scrivendole, potrebbero diventare meno fastidiose.

Ecco quindi qui.

“Buon appetito!”

Mi da’ ai nervi.

Infondo è pure una cosa carina, è un buon augurio!

Mocché. Faccio pure fatica a dirlo.

I colletti delle polo alzati

Arriva la stagione estiva, e spuntano come funghi. Magari con scritte belle evidenti sotto.

Perché?, mi chiedo io… perché??

René Lacoste inventò la polo col colletto “elevabile”, unicamente per proteggere la nuca dal sole. Non come appendice aerodinamica, o peggio cartellone pubblicitario per quello che sta sotto.

La ‘freccia’ agli indiani

Ci vuole tanto, a inserire questo maledetto indicatore di direzione?

Ad esempio quando si esce dalla rotonda?

(Ah: se la metti subito prima di girare, non vale.)

Risposta non c’è, o forse chi lo sa

Sarò ingenuo, ma se scrivo una e-mail a qualcuno (sia personale, sia di lavoro) mi aspetto una risposta in tempi ragionevoli.

Abbiamo (quasi) tutti uno smartphone, e la posta elettronica si consulta anche dal water. Non esistono scuse. Rispondere è cortesia, sempre.

Vanno bene anche due righe, non importa scrivere “Guerra e pace”. Basta rispondere

“Ancora niente figli?”

Mind your own business, please.

Il signor Wolf

E’ il personaggio di “Pulp Fiction” interpretato da Harvey Keitel; quello che “risolve problemi”:

Ogni tanto qualcuno (al lavoro e fuori) si mette in testa che io sia una versione del Signor Wolf in ambito informatico. Che abbia la bacchetta magica per risolvere questo o quel problema.

Però io sono laureato in Chimica, non in Informatica.

La cosa bella è poi questa: se trovo difficoltà, s’incavolano pure!

“Posso aiutarla?”

No, sono entrato in questo negozio per dare un’occhiata.

Dovrebbe essere evidente, dato che sto ciondolando qua e là.

Se ho bisogno di aiuto, lo chiedo; e trovo logico: è il suo lavoro!

“La SEO è una cosa difficile senza call to action!”

Ma parla come mangi, porco mondo!!

Un auto-risponditore originale

sorry-we-are-closed

L’inserimento dell’auto-risponditore per ferie al lavoro: sempre un bel momento! 😀

Quest’anno le mie ferie sono iniziate il giorno 11. Al posto del solito ed asettico messaggio, però, ho pensato di usare qualcosa di maggiormente originale:

Sarò assente dall’ufficio dal giorno 11 (Lunedì) al giorno 29 (Venerdì) inclusi.
In questi casi dovrei scrivere di non essere reperibile, ma il possesso di uno smartphone e di un potenziale collegamento ad Internet rende la cosa non del tutto vera.
Se il vostro messaggio è davvero urgente, quindi, scrivete a questo indirizzo: nicola.focci@gmail.com, e risponderò appena possibile.
Se non è ugente, per favore attendete il mio ritorno. Nel frattempo mi trovate qui: http://islanda2014.postach.io
Grazie.

I’ll be out of office from Monday the 11th until Friday the 29th.
I know I’m supposed to say that I’ll have limited access to email… but that’s not completely true, as I’m a smartphone owner, and Internet connection is quite common these days.
So if your message is truly urgent, please write to this address: nicola.focci@gmail.com, and I’ll try to reply as soon as possibile.
Otherwise, please wait form my return.
Thanks.

…e buone ferie! 😉