Il senso di una laurea

“Omnia in mensura et numero et pondere” (Sap 11,21)

(“[Ma tu hai] disposto ogni cosa con misura, calcolo e peso”)

(Scritta nell’Aula Magna del Dipartimento di Chimica, Bologna)

Vista del poliedro metallico Rh15C2Br2 in [Rh15C2(CO)24,25Br2]3- (mio oggetto di tesi)

Qualche tempo fa mi ha telefonato un tizio appassionato di fotografia, intavolando una discussione su un problema di sviluppo dei suoi negativi.

Il misterioso mondo di Google lo aveva condotto al mio sito, e di lì al mio numero di cellulare.

“Le volevo chiedere come sviluppare i miei negativi in modo che siano meno contrastati, quale prodotto usare”.

Poi ha aggiunto la stoccata:

“Del resto, lei è anche un Chimico….

SIGH! 😦

Sono sicuro al 99% che il tizio non fosse un laureato, perché questa certezza ce l’hanno di solito quelli che (per fortuna o per sfortuna) non hanno avuto a che fare con l’università.

Mi riferisco al fatto che un laureato in Chimica (o in Fisica, o in qualunque altra disciplina) sia automaticamente un’enciclopedia ambulante di questa vastissima scienza, in grado di sciorinare in qualunque momento formule su formule, soluzioni su soluzioni, risposte su risposte.

E’ un mito che va assolutamente sfatato… e vediamo perché.

Nonché e quale sia (a mio parere) il reale valore aggiunto di una laurea.

1. Scibile vastissimo

Anzi tutto, la Chimica è appunto una scienza estremamente vasta.

Esiste la fotochimica, la chimica inorganica, la chimica organica, la chimica delle macromolecole, quella delle radiazioni, la chimica analitica, l’elettrochimica… e ovviamente si studiano quasi tutte, ma è impossibile dopo 30 esami diversi (tanti erano i miei) essere espertissimi in tutte queste branche.

Buona grazia se lo si è nell’argomento della tesi!… che, nel mio caso, era di strutturistica (studio dei cristalli mediante diffrazione di raggi X).

Semmai, questo sì, diventa più facile reperire ed assimilare determinate informazioni, perché si sono già affrontate in passato… Ma di qui a sciorinare automaticamente principi di riduzione dei sali d’Argento mentre si passeggia per gli scaffali dell’IKEA, beh, ce ne passa.

2. Impara l’arte e mettila da parte

Secondo aspetto: non è assolutamente detto che si finisca per praticare ciò per cui ci si è laureati.

Può benissimo capitare che si impari l’arte, e poi la si metta da parte… anche a tempo indeterminato.

Io, ad esempio, mi occupo di sistemi gestione qualità (ISO 9001) e quindi tutt’altro dalla Chimica. Me ne occupo da quindici anni, peraltro – non da due o tre.

E di fatto non vedo un laboratorio chimico dal 1997 (l’anno della tesi).

Ma allora la laurea non serve a nulla?

Secondo me serve eccome. E non solo (o meglio non tanto) per quella “quota parte” di conoscenza specifica che comunque fornisce.

1. Pellaccia dura

In primis, quando affronti 30 esami tutti difficili (no, nessun complementare che trattasse di soap opera o da passare in scioltezza) ti fai una certa “buccia” di fronte alle avversità che troverai anche nel mondo del lavoro.

Impari a rischiare, a buttarti, a sapere che quasi sempre esiste una seconda possibilità.

Impari sulla tua pelle che la maniera con cui si comunica vale quanto (se non di più) del “cosa” si comunica.

Questo tipo di esperienza non si può comprare. Non si impara sui libri.

2. Sapersi organizzare

Poi, impari ad organizzarti.

Le nostre testi, ad esempio, erano sperimentali: un sacco di dati da analizzare, e tempi da da rispettare.

Io applicavo il Diagramma di Gantt prima ancora di sapere che si chiamava così, avevo un capo che mi consegnava la lista delle reazioni da fare con relativa tempistica, spesso dovevo cavarmela per conto mio (quanto tempo passato in biblioteca a leggere testi in inglese!).

All’università, e forse per la prima vera volta nella vita, si è lasciati quasi da soli.

E si matura… eccome se si matura.

3. Modelli di riferimento

Ultimo ma non ultimo aspetto, ti crei una forma mentis.

A tale proposito, cito la madre di tutti i miti da sfatare: l’Università deve fornire strumenti concreti. Assolutamente no, o meglio non solo: l’Università fornisce modelli che possono poi essere applicati all’analisi e risoluzione di problemi, per analogia con quello che hai imparato.

Modelli che sono preziosi sia nel lavoro (molto di ciò che succede in azienda, ad esempio, si può spiegare con le leggi dell’equilibrio chimico…) sia nella vita di tutti i giorni.

Disclaimer

Con questo, naturalmente, non voglio dire che i non laureati sono timorosi, disorganizzati, e bovini!

Conta moltissimo anche la predisposizione personale: io ho genitori non laureati, ma farei la firma per avere la loro cultura e forma mentis!

Forse, però, una laurea conferisce molte chance in più per acquisire queste qualità.

E la telefonata?

Tornando all’amico che mi aveva telefonato nella speranza che io lo illuminassi con qualche speciale formula alchemica, gli ho cercato di spiegare che la fotografia va vissuta senza farsi eccessive masturbazioni mentali di carattere tecnico, perché infondo è una forma d’arte.

Ma questo è un altro film…

 

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La comunicazione ai tempi di WhatsApp

Da bravo grafomane prolisso, nutro una certa repulsione verso la messaggistica istantanea e il suo modo di comunicare sintetico e poco esaustivo.

Come tutte le cose social, rappresenta l’eccesso comunicativo che tende a comunicare poco (!). Quindi bisogna leggere molto tra le righe, lasciando perdere la logica. Evitare di prendere alla lettera, e cogliere uno (spesso fumoso) senso generico.

Odio questo modo di comunicare!, e riconosco di essere un dinosauro.

Però mi piaccio così come sono… Anche se a volte piglio delle cantonate. Ecco un esempio alquanto banale, che però mi ha fatto sorridere.

Galeotta fu la mozzarella

E’ sera, e mia moglie Michela esce un po’ tardi dal lavoro e mi comunica che andrà  a salutare i suoi prima di venire a casa.

Decodificando il messaggio, significa che metterà piede in casa ad orari antelucani.

Ci accordiamo quindi – rigorosamente via WhatsApp – per cene separate.

Ovviamente lei non avrà molta voglia di cucinare quando arriva (come darle torto); quindi si discute di una mozzarella di bufala che abbiamo nel congelatore, oppure qualche altra alternativa.

Mi viene in mente che potrebbe passare a prendersi la pizza da asporto tornando da casa dei suoi, e glielo scrivo.

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Quando Michela arriva a casa, apre il congelatore… e se la prende con me perché non c’è nessuna pizza surgelata lì dentro.

Pizza?, le dico, io pensavo che tu parlassi della mozzarella!, infatti – prima di risponderti “Sì!” – sono andato a controllare se c’era…

C’è logica e logica

Ecco la differenza.

Lei, che ha una mente molto più elastica della mia (nonché otto anni in meno), dava per scontato che la mozzarella surgelata ci fosse, e dava altrettanto per scontato che la sua domanda si riferiva ad una pizza preconfezionata.

“Del resto”, mi ha detto poi con la sua logica tetragona, “non ti chiedo se c’è qualcosa che già so esserci”.

Io invece ho risposto seguendo il filo logico del discorso: cito la mozzarella per ultima e ti passo la parola, quindi mi aspetto che – se tu non specifici il soggetto – tu ti riferisca al latticino. Ritengo che tu me l’abbia chiesto perché non sei sicura che sia davvero nel congelatore, quindi controllo, e ti rispondo che c’è.

Chi ha ragione?

Lei, sicuramente. Lungi da me voler subodorare il contrario.

Ma nulla mi toglie dalla testa, però, che spesso un soggetto in più nella frase aiuterebbe a sciogliere molti fraintendimenti.

La comunicazione è una cosa molto delicata: se tu semplifichi, non è assolutamente detto che io mi adegui e recepisca. 

Strumenti come WhatsApp, a parer mio, non agevolano per nulla tutto questo.

Poi, vabbé, in futuro vedremo di avere qualche pizza surgelata sempre pronta nel congelatore… 😀

Riflessioni sul colpo di genio

Londra, British Museum, Settembre 2012

E niente*, io a questa storia dell’artista che viene colto da ispirazione improvvisa non ci credo molto.

Parlo dell‘illuminazione geniale ed imprevedibile… stile “ho visto la luce” dei Blues Brothers… magari in un luogo “topico” che poteva accadere solo lì e da nessun altra parte, come la casetta-bunker nel bosco di J. D. Salinger.

Più studio le vite dei grandi artisti, più mi convinco che sia una cagata pazzesca.

Alle spalle hanno tanta pratica e tanto sudore – altro che colpo di genio. E quando devono creare arte, essi – semplicemente – si mettono lì, e fanno arte. 

In qualunque momento.

Non esiste alcuna ispirazione folgorante, luogo ideale, magia, orario perfetto… quasi mai, perlomeno.

Del resto, io mica mi immagino Modigliani che mette in posa la modella e poi aspetta che arrivi il raptus creativo. Semmai me lo immagino che se la porta a letto! Ma sono quasi certo che prendesse i suoi pennelli, e “semplicemente” dipingesse. Che fosse sobrio o strafatto di assenzio.

Pesi inutili

Anche per questo, ho smesso di girare con un Moleskine nel marsupio.

<<Se mi viene un’idea, avrò modo di scriverla per non dimenticarla!>>, mi dicevo.

Beh, era diventato un peso inutile: ci fosse stata una volta che mi sia venuta un’idea mentre guidavo nel traffico o facevo la doccia! Invidio chi ci riesce… e invece a me le idee vengono soprattutto leggendo, scrivendo, pensando, fotografando. Facendo, insomma.

Perché poi, alla fine della fiera, spesso le idee emergono proprio così: il work in progress il lavoro in corso d’opera – apre le porte, crea le possibilità, amplia l’orizzonte mentale.

Per digerire bene, bisogna cominciare a masticare.

Il famigerato “blocco”

Di qui, è breve il salto a parlare di un tema molto classico: il blocco dell’artista. 

Anche questo, secondo me, è,un falso mito. Almeno nell’accezione comune, che sarebbe quella di “mancanza di creatività”:<<Sto passando un periodo così, sono poco ispirato, manca la scintilla…>>.

Io penso invece che il “blocco” non derivi da qualcosa che manca, ma da qualcosa che ostruisceun muro di gomma di insicurezze (e perché no, di vergogna) che l’artista stesso si mette davanti. Una prigione dalla quale può uscire solo lui, con le sue forze… non certo grazie ad un’ispirazione infusa.

Il resto, è tutto nei miti di Hollywood. Tony Stark, il miliardario fico che fa la bella vita e ogni tanto ha il colpo di genio. Emmett “Doc” Brown, lo strampalato inventore della macchina del tempo di “Ritorno al futuro”.

Cose così.

(* ci sono cascato anche io, in questa moda di cominciare un articolo con “E niente”. A ben pensarci, è terribile. “E niente” che cosa? Mah!)

Gli insopportabili silenzi

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Non sono mai stato un chiacchierone.

Mia madre, anzi, ama definirmi <<un orso, come tuo padre>>. Mia moglie è sostanzialmente d’accordo! E io pure: non mi definirei “taciturno”, ma di sicuro non ho quella logorrea che caratterizza molte persone (e mi caratterizza quando quando scrivo).

Alcuni invece, e lo sappiamo bene, non vedono l’ora di attaccar bottone.

Sono un po’ dappertutto: sugli autobus, nelle sale d’aspetto, nella cerchia dei conoscenti… persone che, evidentemente, trovano insopportabile il silenzio.

E allora parlano.

Poco importa il cosa!, l’importante è chiacchierare e non lasciare che quella terribile cortina del silenzio cali su di noi.

Di solito, io affronto queste situazioni con una certa insofferenza. Me ne rendo conto, ma è più forte di me. Ho sempre pensato alla comunicazione come ad una cosa terribilmente seria: la si usa per un fine ben preciso, non “a perdere”. Parlare di banalità, è, per me, uno spreco di tempo.

L’insofferenza tende poi a trasformarsi in irritazione – e di nuovo non lo nego – quando l’interlocutore parla per volerti convincere di qualcosa.

Perché esistono quelle persone che devono per forza “dimostrarti” quanto sono in gamba. Qualunque cosa tu abbia fatta, loro l’hanno fatta prima e soprattutto meglio di te. Ti parlano delle loro vite, di quanto sono bravi sul lavoro, dell’esercizio fisico, della loro dieta, di questo e di quello… Manco fosse il Giudizio Universale e si trovassero di fronte al Padreterno a giustificarsi.

Io, comunque, ascolto. Raramente sbotto; più spesso lancio qualche segnale (tipicamente ignorato); ma comunque ascolto.

Mia madre (sempre lei, molto saggia) dice che ascoltare è molto importante. E’ una cosa che eleva. E’ un dono.

Ha sicuramente ragione. Però invariabilmente mi domando: ma è poi davvero così terribile, il silenzio?

La curva normale non è la normalità

Ogni giorno prendiamo decine e decine di decisioni, molte delle quali mutuate dalla nostra esperienza e dal nostro vissuto.

Abbiamo un’idea precisa di cosa dovrebbe essere “normale”, e quindi “da preferire”.

Questa idea si è modificata nell’era moderna, perché deriva in parte dalla scoperta del matematico Carl Friedrich Gauss (1777-1855): la “gaussiana” o “curva di distribuzione normale”.

La distribuzione normale (fonte: doctordisruption.com)

La distribuzione normale (fonte: doctordisruption.com)

Per capire come si legge la curva, basta condurre un semplice esperimento: misurare l’altezza in un campione di persone. Si riportano i valori di altezze sull’asse X (1 metro e 65, 1 metro e 67, e così via) e il numero di rilievi sull’asse Y.

Unendo i punti, si ottiene quella curva a campana… che ha un picco in corrispondenza di un valore medio. Per restare nell’ambito del nostro esperimento, tale valore medio in Italia corrisponde a 1 metro e 75cm negli uomini tra 35 e 44 anni, e va poi a scendere man mano che cresce l’età del campione.

La curva di distribuzione normale ha una precisa caratteristica: presuppone che il 95% dei valori (vedi figura) ricada in un intervallo pari a due volte la deviazione standard (σ) al di sopra ed al di sotto della media. Detto in parole povere: i valori estremi sono assai poco probabili.

Questo porta all’errore di sottostimare gli estremi, e sovrastimare la media. Un po’ come dire che se la tua età è compresa tra 35 e 44 anni e non sei alto 175cm, non sei normale.

Se questo approccio può funzionare nella produzione industriale (il mio macchinario non è soggetto ad “errori casuali” ed è quindi sotto controllo, producendo il 95% dei pezzi conformi alle specifiche), risulta del tutto inadeguato quando si parla di “fatti umani”.

Quasi tutte le questioni sociali non sono efficacemente descritte dal modello della curva normale.

Nassim Nicholas Taleb, nel suo ottimo e già citato “Il cigno nero”, fa un esempio molto chiaro. Consideriamo un campione di mille persone, col loro reddito annuo; e mettiamoci dentro Bill Gates.  Finirebbe certamente nel punto più basso della curva; eppure il suo patrimonio di 50 miliardi di dollari oscura quello di tutti gli altri! E’ un estremo poco probabile, ma assai importante.

Un interessante studio (“The Best & the Rest: Revisiting the Norm of Normality of Individual Performance”, Ernest O’Boyle Jr., Herman Aguinis) ci porta un ulteriore esempio paradigmatico: la performance sul lavoro.

In questo caso, la distribuzione è di tipo “Paretiano” e cioè non centrata sulla media:

Distribuzione Paretiana vs. Normale (dal link citato)

Ossia: non c’è un picco, ma una coda lunga.

Cosa significa? Che la maggior parte dei performer non ricade in corrispondenza della media. La media raccoglie solamente il 10% dei casi. Le performance migliori (più significative) sono ottenute da pochi “superstar”.

Ecco quindi che il concetto di media è del tutto privo di significato. 

Una gestione basata sulla distribuzione normale può portare il management a compiere errori quali:

  • Stabilire gli obiettivi (es. target di produzione) sulla base del tempo “medio” di produzione, senza considerare che si può fare molto di meglio (e c’è chi lo fa, anche se pochi);
  • Concentrarsi sulla formazione dei dipendenti a performance media o bassa, ignorando le poche “superstar” che invece fanno la maggior parte del lavoro;
  • Gratificare il salario della media dei dipendenti anziché dei “superstar”;

E così via.

La cosa diventa particolarmente evidente nei lavori creativi. La Apple non sarebbe stata la Apple senza il suo “superstar” Steve Jobs, o altre “superstar” come Jony Ive.

Lo studio chiarisce che l’intento non è quello di discriminare chi non è “superstar”, quanto ragionare sul modello. Ad esempio, un cattivo performer in un determinato ruolo, può diventare una “superstar” in un altro.

Anche al di fuori delle aziende, comunque, resta evidente un fatto: la media non è così importante come il retaggio culturale ci impone di pensare.

Insomma: giusto per citare nuovamente Apple, “Think different”.

Il ritorno su Facebook (ma con giudizio)

A Luglio ho aderito all’iniziativa “99 days of freedom”: 99 giorni senza Facebook. Ne ho discusso a suo tempo, in questo post.

Un mese dopo avevo fatto anche questo punto della situazione. Dove maturavo (in modo nemmeno troppo sommerso) l’idea di mollare per sempre questo social network.

A distanza di circa due mesi, ho cambiato idea.

Insomma, rientro…

…ma dalla porta di servizio. Nel senso che questi 99 giorni non sono stati inutili, e mi hanno insegnato diverse cose. Come spesso capita quando un oggetto o una persona non ce l’hai più, rifletti veramente sul valore del rapporto con quell’oggetto o quella persona.

A mio modo di vedere – e considerato che non uso Facebook per fini commerciali – questo social ha “solo” due frecce al proprio arco:

  1. E’ diffusissimo. Anche chi sostiene di non avere un profilo su FB, o ce l’ha sotto mentite spoglie, o l’ha avuto.
  2. Ha strumenti di comunicazione molto efficaci. Penso non tanto alla messaggistica, quanto alle notifiche ed anche agli eventi.

Dunque, trovo che Facebook sia molto utile per estendere la propria rete di contatti, e allungare l’onda della propria comunicazione.

In questo senso, è decisamente potente.

Io amo Twitter e lo preferisco alla grandissima; ma è una cosa diversa (qualcuno ha scritto che “su Facebook segui le persone perché le conosci, su Twitter le segui perché condividi gli stessi interessi”).

Detto dei vantaggi, bisogna anche citare alcune nefaste caratteristiche di Facebook in cui talvolta incappavo pure io (come soggetto attivo intendo), e che mi riprometto di evitare come la peste bubbonica.

Che io ci riesca in pieno, lo dirà il tempo; intanto, però, ne faccio un proposito:

1. Farmi i c@xxi altrui

E’ inutile essere ipocriti, Facebook è nato per quello e quasi tutti lo usano anche per quello: farsi gli affari degli altri.

  • “Ma guarda!, Tizio ha fatto un incidente, ha messo anche le foto dell’auto ammaccata!”; 
  • “Ah, Sempronia è poi incinta?”;
  • “Com’è invecchiato Caio!”; “
  • “Ma pensa te, cosa mi combina Abelardo…”;

…e così via.

Siamo esseri umani, e quindi irresistibilmente attratti dall’idea di sapere come se la passano i nostri simili. Magari nella speranza che stiano come o peggio di noi, che si sa, “mal comune mezzo gaudio”.

Come diciamo a Bologna: “bona lè”, basta.

Massimo rispetto per le vite degli altri; ma ognuno ha la sua.

2. Evitare il pulpito

Altro uso classico di Facebook: dar voce al proprio Ego, sparandola grossa.

Oggi mi gira male verso – che so io – i vigili?, e allora zac!, scatta lo “stato”: possibilmente a metà tra il nevrotico e il lamentoso, e nella speranza di accumulare tanti “Mi piace”.

L’Ego si manifesta spesso anche inventando storie pazzesche su quello che ci è appena capitato (dico così perché certe cose non succedono neanche al ragionier Fantozzi), insomma “fare il simpaticone” sempre con la speranza di avere tanti “Mi piace”.

Ma si vince qualcosa, all’ottantesimo “Mi piace”? Abbiamo così poca stima di noi stessi, da necessitare questo tipo di approvazione per sentirci bravi?

3. Evitare sciikimiki e affini

Mi sarà molto facile evitarlo, perché non sono mai cascato: diffondere improbabili bufale mediante un uso ossessivo-compulsivo del tasto “Condividi”.

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Ché di bufale si tratti, non serve Guglielmo Marconi per capirlo. Solo un microcefalo può credere che qualcuno sparga delle scie chimiche velenose dagli aerei di linea. Dài, su.

Ma che si tratti di quello o della dieta alcalina o dei chip sottopelle, sta di fatto che Facebook è una cassa di risonanza abnorme per queste cretinaggini prive di qualunque fondamento scientifico.

Come dice quel proverbio, “L’ignoranza non uccide, ma fa sudare parecchio”. Già prima me ne tenevo alla larga; ma ora eviterò anche di perdere tempo per confutarle.

4. Ignorare le provocazioni

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Chi mi conosce sa che non ho il carattere del provocatore: tendo ad essere una persona abbastanza equilibrata e tranquilla.

Purtroppo, però, faccio una fatica terribile a non rispondere alle provocazioni: mi prudono le dita… ed alla prima riga inviata, la quiete è già finita: inizia il botta-e-risposta.

C’è chi si diverte senza farsi il fegato centenario, ma non è il mio caso.

Anche perché quasi sempre queste discussioni sono inutili. Battaglie sul nulla… che tanto la testa altrui non si cambia, così come non cambierà la mia.

Esistono modi decisamente più creativi ed intelligenti per perdere il proprio tempo.

Anche qui: “bona lè”.

Insomma…

Il 18, Sabato, scadono i fatidici 99 giorni. E mi potrete ritrovare qua!

“Oh, ma come c@xxo guidi?”

Sabato mattina.

Sono in scooter e mi sto dirigendo verso il centro di Bologna, con l’amico Fabio che mi segue in moto.

Infatti ci apprestiamo ad una bella seduta fotografica per il nostro progetto “C’era… oggi”.

Il centro è pedonalizzato, e l’ultimo tratto di via Ugo Bassi non è accessibile. Mi predispongo quindi per svoltare a sinistra in via Oleari, e di lì a destra in via Montegrappa.

Arrivo al semaforo prima di girare a sinistra. Davanti a me ho un Suzuki Burgman guidato da un tizio che sembra la versione bolsa di Jabba The Huttsento il povero monocilindrico sbuffare a fatica. Ci fermiamo entrambi al rosso.

Scatta il verde. C’è un uomo quasi fermo a metà delle strisce pedonali; Jabba gli passa dietro, ma io sono più veloce e (arditamente) gli passo davanti.

Nel contempo, supero anche il Suzuki (probabilmente ci sarei riuscito anche a piedi) e giro a sinistra in via Montegrappa.

Sento suonare insistentemente.

Accosto per parcheggiare, e Jabba rallenta facendosi vicino. Poi minacciosamente esclama: “Oh, ma come c@xxo guidi?”. Quindi prosegue lentamente, continuando a fissarmi con aria di sfida.

Poi se ne va a nasare i meloni da qualche altra parte.

E’ un episodio come se ne vedono tanti, quasi quotidianamente, sulle nostre strade. Nulla di straordinario.

Mi domando, però, cosa spinga un essere umano a questo tipo di rimprovero truculento da stadio – con tanto di “rallento e ti fisso nelle palle degli occhi”.

Cui prodest?

Mi vengono in mente solo poche spiegazioni:

  • Forse Jabba voleva darmi una lezione di guida e di stile.

Ma non mi conosce, né poteva vedermi dato che avevo casco integrale e visiera antisole abbassata. Per quello che ne sa lui, potrei anche essere Machete in vacanza: sai che me ne frega?

  • Forse Jabba era in cerca di approvazione.

Ma non c’erano testimoni pronti ad applaudirlo, né troupe televisive disposte ad immortalare il suo valoroso gesto da moderno gladiatore.

  • Forse a Jabba giravano perché aveva litigato col partner/figlio/figlia/cane/frigorifero/lo-sa-Dio.

Ma non è che prendendosela con me, risolve il problema. Quando rientra a casa, quel problema sarà ancora lì che lo aspetta.

Sta di fatto che io, sinceramente, proprio non capisco cosa spinga una persona a prendersela in questo modo con un perfetto sconosciuto. 

Sarà che io, di carattere, son proprio diverso.

In situazioni analoghe, probabilmente borbotto qualche ingiuria tra me e me, più per esorcizzare l’eventuale spavento; ma il fare da tifoso al derby, proprio no. La mia manovra era illecita, ci mancherebbe; ma io al massimo – al posto suo – mi sarei limitato al clacson.

Però già lo vedo, Jabba, che lega lo scooter con la catena e soddisfatto gongola: “Gliel’ho fatta vedere io, a quello lì!”.

Bravissimo. Continua così.

Però mica son tutti come me. Ti auguro di incappare in uno peggiore di te…

machete