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The Leftovers

(Fonte: serialminds.com)

(Fonte: serialminds.com)

La prima serie di “The Leftovers” è appena finita (su Sky Atlantic) lasciando tonnellate di interrogativi e questioni irrisolte, come da tradizione del creatore Damon Lindelof (lo stesso di “Lost”).

Per chi non avesse visto questa fiction, riassumo in breve la trama, tratta dal libro “Svaniti nel nulla” di Tom Perrotta.

Un bel giorno, il 2% della popolazione (circa 140 milioni di persone) svanisce appunto nel nulla, improvvisamente, senza lasciare tracce. “The leftovers” racconta gli eventi a tre anni da questo trauma, illustrando le vite di diversi personaggi: tutti residenti nella medesima comunità (Mapleton), e tutti a doversi confrontare con la sparizione o con le conseguenze che essa ha direttamente o indirettamente determinato.

Le prime puntate sono un po’ lente, e confesso di averle seguite con fatica. Non è facile affezionarsi ai personaggi: i loro caratteri ed intrecci vengono rivelati man mano, goccia a goccia, millimetro per millimetro. Era poi la medesima caratteristica di “Lost”: si viene presi dal “come”, non tanto dal “cosa”.

Verso metà serie, comunque, si comincia ad avere un quadro più completo dei personaggi, che – devo dire – sono proprio azzeccati. E si viene rapiti! Perché c’è un po’ di tutto: chi non si rassegna, chi invece lo fa, chi impazzisce, chi sembra essere pazzo ma non lo è, chi viene redento, chi sceglie di non esserlo… La scelta degli attori poi aiuta parecchio, così come la musica, e in generale bisogna dire che questa serie è confezionata proprio bene.

Ed è anche molto molto ben scritta, è chiaro. Per esempio, trovo molto valida l’idea di concentrare in un’unica puntata (la penultima) il flashback dei personaggi e delle loro vite subito prima della sparizione – anziché “spalmare” queste immagini lungo tutta la serie come in “Lost”. A mio parere, questa puntata è forse la migliore di tutte.

“The Leftovers” insomma si lascia guardare con  grande trasporto (parlo per me) e s’è certamente guadagnata la visione della seconda stagione!

Del resto la voglia di “sapere di più”, è tanta. Quando scorrono i titoli di coda dell’ultimo episodio, infatti, gli interrogativi sono ancora tutti lì sul tavolo… irrisolti… e trainati da quell’evento incredibile ed iniziale, quella storia al tempo stesso geniale ed inquietante.

Già: alla fine, è sempre la storia a trainare tutto. E qui mi “scappa” una riflessione più ampia.

Da qualche parte (non ricordo sinceramente dove) ho letto che la grande “forza narrativa” degli autori americani sta proprio qui: nel potere delle loro storie.

Spesso si pensa che invece, dalla loro parte, abbiano soprattutto gli effetti speciali… come nel caso di “The walking dead”, e per non parlare di Hollywood.

E invece no: “The leftovers” non ha fuochi artificiali di alcun tipo (ma nemmeno “I soliti sospetti” o “Quarto potere”, giusto per tornare alla Mecca del cinema). Una storia così, senza computer graphic e con scenografie davvero accessibili, l’avremmo potuta girare anche in Italia a costi ridotti.

E viene quasi da pensare che, infondo, non era poi difficile.

Però siamo sempre lì: l’uovo di Colombo diventa banale, una volta che qualcuno ci ha mostrato come farlo.

Per questo genere di cose – di fiction e di film – sono invece necessarie le idee, e la tenacia per portarle avanti. Due aspetti che, nel nostro bel paese a forma di scarpa, purtroppo latitano.

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