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Riflessioni (necessariamente amare) sulla pensione

Cesenatico, Agosto 2012

Sono un lavoratore dipendente con contratto a tempo indeterminato, e per questo motivo mi ritengo sicuramente fortunato – in un momento in cui la disoccupazione cresce, e trovare un impiego è tutt’altro che facile.

Questo, per quanto riguarda il presente.

Il futuro, però, è un’altra faccenda.

Infatti, non si può essere automaticamente fiduciosi solamente perché sino ad ora in qualche modo è andato tutto bene. Scrive giustamente Nassim Taleb nel suo ottimo saggio “Il Cigno Nero”:

Costruiamo le nostre credenze intorno ai punti di riferimento che abbiamo in mente, per esempio le previsioni sulle vendite, perché paragonare un’idea a un punto di riferimento richiede meno sforzo mentale che valutarla in assoluto.

Taleb fa il truce esempio del tacchino, contento e soddisfatto perché viene ingozzato di cibo ogni mattina… sino al giorno del ringraziamento, quando improvvisamente le sue previsioni crollano in modo radicale.

Questo mi porta a riflettere sulle pensioni, prendendo spunto da un articolo di Oscar Giannino su Linkiesta: “Pensioni, la santa alleanza contro i giovani”.

Un sacco che si riempie e subito si svuota

I contributi pensionistici sono finanziati dallo stesso lavoro che mi da’ il pane. E nemmeno per poco: facendo i conti, il 35% della mia busta paga se ne va in tasse!

Se questi soldi andassero davvero a comporre un “tesoretto” ai fini della mia pensione, ne sarei ben contento; ma la realtà è molto diversa.

Questi soldi servono invece per pagare chi già in pensione si trova  (ed in tal senso il “regime contributivo” introdotto nel ’95 dalla riforma Dini non ha cambiato le carte in tavola).

Detto in soldoni: i nostri soldi entrano all’INPS, per poi uscire subito, ed andare nelle tasche degli attuali pensionati. 

Noi lavoratori non stiamo accumulando: stiamo finanziando.

Certo, lo stesso accadrà (auspicabilmente) a chi lavora mentre noi saremo in pensione; ma con un “sacco” che, a quel punto, si sarà svuotato in modo indicibile. Perché l’aspettativa di vita s’è allungata (era 65.5 anni nel 1959, mentre oggi è circa 80) e con essa il numero di pensionati che a quel sacco attingono; ed anche perché – come scrive Giannino – non pochi pensionati godono di cifre esagerate rispetto ai contributi versati, garantite dal precedente sistema retributivo:

Il 7,8% dei pensionati, che stanno sopra i 2.500 euro al mese, incassano 58 miliardi l’anno dei 256 miliardi di pensioni, cioè quasi il 20%.

Batman non arriverà

Intendiamoci: non sto facendo polemica con gli attuali pensionati (tra i quali peraltro ci sono anche i miei genitori).

E’ un sistema voluto dalla politica, non da loro.

Sta di fatto che quella subita da noi attuali lavoratori, è una vera e propria vaccata generazionale. E non ci voleva Marconi per capire che, nel tempo, questo sistema non avrebbe mai potuto sostenersi.

Certo: sarebbe bello che la politica, dopo averci messo in questo casino, ci tirasse anche fuori. Ogni tanto – nei miei sogni più agitati – vedo arrivare un politico a la Batman o Capitano Kirk, che mette mano a questa questa clamorosa ingiustizia e ci salva tutti.

Ma poi, regolarmente, finisce che mi risveglio. Perché lo sappiamo bene: in ItaGlia, i diritti acquisiti non si toccano, anche se sono economicamente insostenibili.

Quindi?

Assunto il Maalox d’obbligo per stemperare l’inevitabile gastrite che segue a queste riflessioni, viene però da chiedersi cosa si può fare.

Certo, c’è la pensione integrativa; ma quanto vi si riesce ragionevolmente a versare, con buste paga così iper-tassate? C’è un motivo se i nostri genitori riuscivano a “mettere da parte”, mentre noi facciamo una fatica terribile! (Ed evito di approfondire i concetti pericolosamente “gaussiani” della finanza: basta leggere il già citato saggio di Taleb).

Di sicuro, serve a poco farsi un fegato così, o gridare contro la classe politica che ha portato il paese a questo stato.

Secondo me, l’unica cosa da fare è solo una: maturare una piena e totale consapevolezza.

Noi fortunati lavoratori, cioè, dobbiamo:

  1. Essere informati di tutto questo,
  2. Essere consapevoli che domani andremo in pensione col 40% del nostro attuale stipendio – se va bene.

Il che non significa buttarsi dal ponte al grido di “Moriremo tutti!!”… ma prepararsi a un tipo di vita molto diversa da quella che hanno ora i nostri genitori.

Con atteggiamento positivo, certo; ma anche con tanto – tantissimo – realismo.

Ed evitando di fare come il tacchino, insomma.

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