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Troppo inglese nei nostri articoli?

Inghilterra, anno 878 (fonte: Wikimedia Commons)

Inghilterra, anno 878 (fonte: Wikimedia Commons)

Sull’argomento è già stato scritto molto (vedi questo ottimo articolo di Daniele Imperi, “E’ necessario scrivere in inglese?”) però non riesco ad evitare di dire la mia: rimango sempre più colpito dal diffondersi di questo malcostume, cioè l’abuso di termini in lingua inglese sugli articoli in italiano della rete.

Perché parlo di malcostume? Non è forse vero che certi termini come “marketing” o “post” o “blogger” sono ormai entrati nel linguaggio comune?

La “case history del bootstrap e la sua policy”

Certi termini, sì. Se parliamo di “web” o di “post” o di “retweet”, probabilmente capiranno tutti.

Però leggo ancora tanti (troppi) articoli farciti di parole come:

  • dead line
  • venture capital
  • business angel
  • press release
  • take off
  • debriefing
  • skilled (o peggio ancora “skillato”)
  • outsourcing
  • release
  • storytelling
  • balanced scoreboard
  • case history
  • welfare
  • focus area
  • pillar
  • best practices
  • engagement
  • governance
  • asset
  • competitor
  • pay off
  • bootstrap (anche questo col suo orrendo equivalente “boostrappare”)
  • spending review(so cosa state pensando…)
  • survey
  • call to action
  • policy
  • …e potrei andare avanti per molto tempo ancora ad arricchire questo bullet list elenco puntato.

Oh, sia chiara una cosa: leggo piuttosto bene l’inglese. Il mio Evernote è pieno zeppo di articoli nella lingua di Shakespeare. Sinceramente, però, mi pare che lì tale terminologia non sia poi così diffusa.  Proprio così: a me sembra che se ne faccia larghissimo uso solo in Italia e nei testi italiani!

Ma perché mai questo dovrebbe rappresentare un problema, però?

Vediamo.

1. Comprensione difficoltosa

Intanto, l’uso massiccio di termini inglesi poco usuali rende difficoltosa la comprensione del testo. Rallenta la lettura… e le cose peggiorano se la parola viene usata in senso metaforico, perché le difficoltà sono due: sapere cosa significa, e contestualizzarla.

Pensiamoci un secondo: cosa facciamo sul web, per la maggior parte del tempo? Leggiamo. Quindi, gli autori hanno il dovere di scrivere per agevolare il lettore!, ossia comunicare bene.

Se non scriviamo per comunicare bene, a che scopo scriviamo? 

2. Distanza col lettore

Questo abuso di termini anglofoni, poi, rischia di creare una distanza tra chi scrive e chi legge.

Cosa intendo dire? Che a volte mi sembra l’autore si stia pavoneggiando. “hai visto che razza da frecce ho al mio arco?, eh?, eh?”.

Io invece credo che l’autore di blog (o il blogger, se preferite) debba essere un po’ come il saggio descritto da Lao Zu nel suo “Tao Te Ching”: una persona che agisce “nel” mondo ma senza essere “inquinato dal” mondo. Che non si fa influenzare troppo dalle mode o dalle spinte dell’ego; che pensa con la sua zucca e non quella degli altri; che mira alla concretezza, a ciò che davvero conta.

“Tirarsela”: a che pro?

3. Sintesi pretestuosa

L’anglofilo convinto potrebbe però addurre un altro vantaggio dell’inglese: la capacità di sintesi, cioè di rendere con poche parole anche i concetti più elaborati.

Sul web è di certo un potenziale vantaggio. Io penso spesso al titolo del brano dei Beatles, “A hard day’s night”: non credo che l’italiano riuscirebbe a rendere quel concetto in modo così sintetico ed efficace!

Detto questo, il confine tra “utilità”e “pretesto” è spesso molto labile. Il rischio è che l’abbondante uso di inglese sia usato non già a scopo di sintesi, ma per abbellire il nostro articolo e renderlo più “fico”, più appetibile.

Non si può pensare che basti qualche pennellata di belletto per nobilitare un articolo carente: sarebbe come mettere il trucco alla mummia di Similaun. La sostanza rimane quella di una mummia.

4. Presupponenza

Altra possibile obiezione degli esterofili, è questa: “io conosco molto bene il mio lettore, so che lui ‘digerisce’ questa terminologia, e quindi ne abuso senza problemi!”.

Sarà. Ma io credo sia difficile conoscere davvero bene il proprio lettore (medio o no che sia).

Anzi: queste false certezze possono creare disastri. Lo vedo in ambito aziendale, ribaltato sul concetto di cliente: quante aziende cascano nel tranello di questa presupponenza? “Io conosco bene il mio cliente, quindi so che devo fare così, e così, e così”. E’ una falsa sicurezza!

Un esempio? La convinzione che il cliente reclami sempre ed automaticamente. Se quindi non ho reclami, allora i miei clienti sono soddisfatti. Giusto? Sbagliato!, perché  c’è un sacco di gente che non si prende la briga di reclamare e passa silenziosamente alla concorrenza. Un’emorragia taciturna che può avere gravi conseguenze sulla mia attività.

Ecco quindi che qualunque elemento di “complicazione comunicativa” non è mai di giovamento… dato che non si può sempre sapere chi sta leggendo. Meglio stare dalla famigerata parte dei bottoni, ossia della chiarezza.

E io, quindi?

Nel mio piccolo, io cerco di limitare al massimo l’uso di parole in inglese d’uso non troppo comune. Cerco di mettermi nelle scarpe anche del lettore meno “scafato” con l’inglese. Di non usare a sproposito la terminologia anglofona meno abituale.

E se proprio devo usarla, allora la metto in corsivo. Così l’occhio del lettore ne coglie visivamente la problematica, senza scoprirla mentre la legge.

Sarà esagerato, ma mi sembra sia una forma di “rispetto” verso il lettore.

O, se vogliamo, di best practice… 😀

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2 thoughts on “Troppo inglese nei nostri articoli?

  1. Grazie della citazione 🙂

    Concordo su tutto, a me sta davvero sullo stomaco questo abuso. La nostra lingua è più bella e ricca dell’inglese, anche se molti dicono il contrario, e non vedo perché dobbiamo rovinarla con parole che hanno poi il corrispettivo più chiaro e immediato in italiano.

    Se fossi un professore, togliere un punto per ogni parola inglese che trovo nei temi, a costo di dare voti negativi e inimicarmi tutto il corpo insegnante 🙂

    • Citazione assolutamente dovuta! 😉
      Io mi auguro (ma non ci spero troppo) che i nostri professori d’italiano siano rigidi come dici tu, almeno nelle intenzioni.
      E temo proprio che gli inglesi si facciano grasse risate di fronte al nostro abuso di certi termini. Loro, al massimo, ogni tanto dicono “Bravo!”…
      Poi sono convinto che i primi difensori della nostra lingua dovremmo essere proprio noi, scrittori in rete.
      Grazie ancora del passaggio!

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