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La tecnica Feynman per capire, ricordare, studiare

Richard P. Fenyman, premio Nobel per la Fisica nel 1965

Richard P. Feynman, premio Nobel per la Fisica nel 1965

Ho trovato questo metodo sul sito di Scott. H. Young e l’ho trovato subito molto interessante.

Prende spunto da un sistema descritto da Feynman nella sua autobiografia, quando era alle prese con un articolo molto difficile. Un sistema tanto semplice quanto geniale.

Anzitutto: a cosa serve questo metodo?

  1. Capire meglio le idee che si fatica ad assimilare.
  2. Ricordare meglio le idee che si sono capite, ma si tendono a dimenticare.
  3. Studiare meglio per gli esami.

Credo poi che possa essere utilissimo anche quando si scrive il post di un blog.

Come funziona?

E’ abbastanza semplice.

  1. Si prende un bel foglio bianco.
  2. Si scrive in cima il concetto o l’idea che si vuole capire/ricordare.
  3. Si comincia a scrivere una spiegazione del concetto o dell’idea, come se la si stesse esponendo a qualcuno che non la conosce. (E’ una fase importante perché permette di assimilare il concetto, e soprattutto evidenziare i punti oscuri e i coni d’ombra).
  4. Se ci si trova arenati, si torna alla teoria, riprendendo in mano il libro (o l’articolo) o cercando conferme in chi conosce il soggetto. In sostanza si torna ad imparare, sino a che non si è in grado di spiegare bene l’idea o il concetto su carta.
  5. Si rilegge la spiegazione cercando di semplificare i punti più caotici, o creando analogie per spiegarli in modo più efficace.

Il segreto, insomma, è quello di provare a spiegare a qualcun altro. E poi “scavare” nelle carenze di questa spiegazione.

Io ho provato subito con un concetto abbastanza ostico, ossia lo zazen, che sarebbe la tecnica di meditazione del buddhismo Zen.

Avevo già letto diverse cose sull’argomento, ma non ero sicuro di averle “colte” al meglio…

Trattandosi del mio primissimo tentativo di tecnica Fenyman, siate compassionevoli! 😉

Primo passaggio: scritta di getto.

E’ una tecnica di meditazione che prevede il distaccamento dal mondo esterno ed interno. Nello zazen, chi medita deve evitare di concentrarsi su un pensiero o uno stimolo, ma deve semplicemente lasciarlo passare da sé.
Lo scopo è quello di entrare in contatto con la realtà oggettiva, uscendo da quella soggettiva… nonché vivere il presente (“qui ed ora”).
Scopo dello zazen è anche quello di raggiungere il satori, cioè l’esperienza di tutt’uno con l’universo intero: l’illuminazione Zen.

Questo è esattamente quello che ho scritto sul fatidico foglio di carta.

Secondo passaggio: integrazione, tornando ai “sacri testi”.

E’ una tecnica di meditazione che prevede il distaccamento dal mondo esterno ed interno. Nello zazen, chi medita deve evitare di concentrarsi su un pensiero o uno stimolo, ma deve semplicemente lasciarlo passare da sé. Quindi la situazione è diversa dalla meditazione occidentale (dove ci si concentra su un concetto); ma nello zazen si riflette proprio su nulla. Non attaccarsi ai pensieri. Svuotare la mente da ogni elaborazione concettuale, per giungere al puro vivere, al puro essere, alla radice dell’essere. I pensieri devono scorrere come su uno schermo, senza afferrarli.
Lo scopo è quello di entrare in contatto con la realtà oggettiva, uscendo da quella soggettiva… nonché vivere il presente (“qui ed ora”). Non isolamento, ma al contrario apertura di mente e corpo col presente. Si abolisce ogni dualità: lo “Io” personale cessa di esistere.
Il fluire dei pensieri farà vivere l’esperienza della loro impermanenza, senza che si venga sopraffatti, da essi, come invece capita nel quotidiano.
Scopo dello zazen è anche quello di raggiungere il satori, cioè l’esperienza di tutt’uno con l’universo intero: l’illuminazione Zen.
Per praticare lo zazen si usa di solito la posizione del loto.
Un aiuto iniziale può venire dalla concentrazione su respiro.
Non bisogna farsi scoraggiare! Bisogna insistere nello zazen, ma senza “idee di conseguimento”, senza la pretesa di raggiungere un fine

Qui ho integrato con le varie cose che avevo dimenticato, e che ho messo in corsivo. Tanta roba!

Terzo passaggio: aggregare, semplificare, usare metafore.

E’ una tecnica di meditazione che prevede il distaccamento dal mondo esterno ed interno, con lo scopo di entrare in contatto con la realtà oggettiva, uscendo da quella soggettiva.
Nello zazen, chi medita deve evitare di concentrarsi su un pensiero o uno stimolo. Deve semplicemente lasciarli passare da sé, come se scorressero su uno schermo. Si riflette su nulla!
Quindi la situazione è diversa dalla meditazione occidentale, dove ci si concentra su un concetto o un’idea.
Nello zazen si svuota invece la mente da ogni elaborazione concettuale, per giungere al puro vivere, al puro essere, alla radice dell’essere. Si vive solamente il presente: “qui ed ora”.
Questo però non significa isolarsi! Al contrario, significa aprire la mente ed il corpo al presente, abolendo ogni dualità e cessando l’esistenza dello “Io” personale.
E’ un po’ come spogliarsi dei propri vestiti e delle proprie etichette, immergendosi nudi nella realtà.
Il fluire dei pensieri farà vivere l’esperienza della loro impermanenza, senza che si venga sopraffatti da essi – come invece capita nelle nostre vite quotidiane.
Per praticare lo zazen si usa di solito la posizione del loto. Un aiuto iniziale può venire dalla concentrazione su respiro.
Non bisogna farsi scoraggiare! Bisogna insistere nello zazen, ma senza “idee di conseguimento”, senza la pretesa di raggiungere un fine
La pratica dello zazen avvicina al satori: l’esperienza di tutt’uno con l’universo intero, in sostanza l’illuminazione Zen.

Sicuramente rivedibile, come testo; ma mi soddisfa a sufficienza.

Tra l’altro la metafora dello “spogliarsi dei propri vestiti” mi è venuta grazie a questa tecnica. Magari non è formalmente corretta, ma di sicuro mi resterà impressa!

Provate anche voi! Credo che non resterete delusi… 😉

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