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I miei 2 cents sulle energie rinnovabili

Fonte: Wikimedia Commons

Fonte: Wikimedia Commons

Ho appena avuto un interessante scambio di opinioni sui social con l’amica Alice, al riguardo. Per fatalità, la bozza di questo articolo era quasi pronta… dunque eccolo qui.

L’energia elettrica è una cosa seria, maledettamente seria.

E ce ne vuole tanta, ma tanta davvero. Basta leggere l’esperimento che fece la BBC tempo fa: per tostare due fette di pane, serve l’energia di 11 persone che pedalano come forsennati. Figuriamoci per realizzare una pressofusione d’alluminio industriale.

“Le rinnovabili, però, sono il futuro! Ci salveranno la vita e risolveranno i nostri problemi!”

Un po’ come Batman o il Capitano Kirk, insomma?

Beh, ovviamente non è tutto oro quello che luccica: le questioni più tecniche (per l’appunto l’energia) vanno affrontate tecnicamente, e non a colpi di slogan. Per risolvere il problema non basta scendere in piazza e inneggiare all’energia pulita: bisogna averne la piena consapevolezza.

Mettiamoci un po’ il naso dentro, allora. Cominciando a capire bene i dati statistici che vengono sbandierati (perlopiù senza fonte) sui social e certi portali.

Attenzione alla glassa

1. Le rinnovabili crescono

I dati statistici Terna, disponibili al momento per l’anno 2012, forniscono un quadro apparentemente roseo come confronto sull’esercizio precedente (2011): in un anno, l’eolico è cresciuto del 36,4%, e il fotovoltaico addirittura del 74,7%.

Ciumbia! 😉

Ma bisogna sempre fare molta attenzione quando si considerano dati di crescita relativa. Perché quello che davvero conta, è la misura assoluta.

Considerando infatti il quadro generale sulla produzione nazionale di energia elettrica (netta, deducendo cioè quella necessaria alla produzione stessa), risulta che:

  • Il 72,04% deriva dal termico (gas naturale, carbone, petroliferi…). 😦
  • Il 15,03% deriva dall’idroelettrico.
  • Il 12,93% deriva dalle fonti alternative, con questo dettaglio:
    • Geotermica: 1,82%
    • Eolica: 4,63% 😯
    • Fotovoltaica: 6,48% 😯

Insomma, non c’è dubbio che fotovoltaico ed eolico siano cresciuti. Ma se svuoto una vasca da bagno usando una tazzina oggi e due domani, posso dire di aver raddoppiato l’uso della tazzina, ma le cose non migliorano più di tanto.

Detto fuori di metafora: per produrre energia elettrica in Italia, stiamo ancora bruciando quantità mostruose di gas e carbone e petroliferi (alla faccia del protocollo di Kyoto).

E, come vedremo tra poco, esiste una precisa giustificazione tecnica all’abuso delle centrali termiche.

2. I consumi calano

Analizzando invece la statistica (sempre dati Terna, sempre 2012) relativa ai consumi, si rileva un calo del 2,1% rispetto all’anno precedente.

Ciumbia! Siamo diventati più bravi? Le lampadine a basso consumo si sono diffuse in maniera virale? Le mogli hanno finalmente imparato a spegnere la luce degli ambienti che lasciano? 🙂

Andando a leggere i dati, si scopre un fatto interessante: questo calo è stato trainato dall’Industria… che ha consumato il -6,6% (e assorbe una quota rilevante dei consumi: il 42,58%).

E come mai le aziende consumano meno? Il motivo è tragicamente semplice: perché chiudono. E’ l’effetto della crisi. Azienda che chiude, azienda che non consuma (più).

Eccoci quindi di fronte al tipico esempio di stronzo glassato (mi si passi il francese parigino). Ossia, un dato che apparentemente fa pensare alle buone prassi, ma poi – andando in profondità – si scopre una situazione ben più amara in cui le buone prassi non c’entrano nulla.

I problemini delle rinnovabili

Probabilmente un grillino o un ecologista non verrà mai a dirvelo, ma le cosiddette “rinnovabili” si tirano dietro alcuni problemucci tecnici che non sono di poco conto. E che non rendono poi così banale il tanto trito e ritrito <<infondo sarà sufficiente gestirle bene!>>.

Se infatti quel 72,04% di dipendenza dalle centrali termiche resiste con le unghie e con i denti, non è tanto per presunti complotti, inside jobs, o congiure rettiliane.

1. Quando serve

In primis, le rinnovabili hanno un problema di discontinuità: sono fondamentalmente imprevedibili.

Se manca il vento, la pala eolica non gira. Di notte, il pannello fotovoltaico non produce; e quando è nuvolo, produce meno. (Anche quando è sporco, suppongo… e mi pungerebbe vaghezza di sapere se i possessori di pannelli sul tetto ogni tanto salgono a pulirli).

La nostra situazione attuale, invece, è quella di una complessa ed efficiente rete elettrica a fornitura continua, che fa largo uso di fonti immediatamente disponibili all’occorrenza. Il termico è, in tal senso, perfetto: ho un picco di domanda?, accendo la centrale a gas; ho un calo?, la spengo.

Riflettiamoci su, a partire da un semplice esempio: come mai sono pochissime le aziende che collegano i propri PC a gruppi di continuità? (Non sto parlando dei server, ma dei “comuni” computer da ufficio.) Semplice: oggi l’interruzione di corrente è un evento raro, e i costi di acquisto/manutenzione per tali dispositivi non si giustificherebbero.

E se invece finissimo in un mondo dove l’interruzione di energia elettrica è la norma e non l’eccezione?

Si dirà: <<beh vabbé, è “solo” un problema culturale, basta abituarsi a fare le lavate in lavatrice di giorno (quando i pannelli fotovoltaici producono) anziché di sera!>>

Purtroppo no… perché – e lo si vede dai dati statistici – i consumi domestici rappresentano solamente il 22,6% del totale. Il restante 77,4% è rappresentato da industria, terziario, ed agricoltura. Quindi il nocciolo del problema non è nelle case, ma fuori di esse.

Se manca la corrente in azienda o nell’ufficio, che si fa? Si manda la gente a casa perché è impossibile lavorare?

Senza contare che molte realtà NON possono subire interruzioni di corrente prolungate: penso agli ospedali, ai data center, ai processi industriali a colata di metallo, alla rete ferroviaria…

Insomma: una grande quota di rinnovabili renderebbe la nostra rete elettrica altamente discontinua, rispetto alla quale noi saremmo tutti disperatamente impreparati. Tecnicamente, prima ancora che culturalmente.

2. Quando non serve

In secondo luogo, c’è il problema opposto a quello precedente, ossia quello dell’energia prodotta in più: ad esempio di giorno, quando il pannello fotovoltaico è al massimo della sua efficienza, ma la domanda non è tale da assorbirla.

Cosa ne facciamo, di questo surplus?

Sarebbe bello “metterlo da qualche parte” per usarlo quando serve, ad esempio di notte. E di soluzioni tecniche ne esistono… ma si portano dietro grosse problematiche di costi e di inquinamento.

Un sistema ad esempio è quello di costruire un bacino idroelettrico che usi l’energia in più per pompare acqua, e ne sfrutti la caduta per produrla quando manca. Ma è una soluzione costosa.

Gli accumulatori elettrochimici (le famigerate pile) sembrano l’ideale. Però hanno tre problemi:

  1. Per produrli sono necessari materiali inquinanti;
  2. Dopo una decina di anni, perdono efficienza e vanno sostituiti;
  3. Costano un botto: da diverse migliaia di euro per uso casalingo, a “peggio mi sento” immaginando un uso industriale (sarà per questo che non s’è mai vista una fonderia funzionare a pannelli solari?)

Sento già il grillino di turno ribattere: “Ma ci pensa la tecnologia! Aumenterà le prestazioni, e ridurrà i costi! Guarda cosa è riuscita a fare con computers e telefonini in un decennio!”. E si fa riferimento alla Legge di Moore, per la quale le prestazioni dei processori raddoppiano ogni 18 mesi. Lo smarphone di oggi è mostruosamente più potente del PC di ieri.

Ma questa legge attiene al mondo dell’informatica, e non si può applicare a tutti i contesti. La miniaturizzazione, qui, non aiuta: l’efficienza di un nuovo accumulatore potrà aumentare di uno o due punti percentuali, ma non certo raddoppiare ogni anno e mezzo!

Stessa cosa per le materie prime: possiamo ridurle, ma non dimezzarle… ed estrarle costa sempre di più… e quindi il costo globale non diminuisce, anche se aumenta la produzione.

Insomma: se la nostra attuale rete elettrica non utilizza dispositivi di stoccaggio, un motivo c’è. Qualunque elemento di complessità aggiunto a un sistema semplice, implica aumento di costi. Non esistono soluzioni facili e indolori.

3. A proposito di costi

Il ragionamento sulle rinnovabili, infine, va sempre fatto considerando il classico “conto della serva”.

Mi faccio aiutare da questo brano di “The energy issue: a more urgent problem than climate change?” (J. David Hughes):

Una pala eolica da 2 Megawatt contiene 260 tonnellate di acciaio, che hanno richiesto 170 tonnellate di carbone coke e 300 tonnellate di ferro minerale, estratti e trasportati e prodotti utilizzando idrocarburi.

La domanda è: per quanto tempo la pala dovrà generare energia prima di crearne più di quanta ne sia stata spesa per produrla?

In siti ottimamente ventosi, può impiegare tre anni o meno; in località poco ventilate, il recupero energetico potrà anche non essere mai raggiunto.

Significa che la pala può girare sino a sfiancarsi, senza aver mai generato l’energia investita nella sua produzione.

Chiaro, no?

Se qualcuno pensa che il vetro dei suoi pannelli fotovoltaici sia stato prodotto con una fornace a legna gestita da Hobbitt nella Terra di Mezzo, si sbaglia di grosso. Probabilmente hanno usato l’energia di una centrale nucleare tedesca o cinese.

4. Varie ed eventuali

Infine, e siccome mi sono dilungato sin troppo, non approfondisco altre questioni che meriterebbero attenzione, quali ad esempio:

  • Lo scempio ambientale rappresentato da pannellature fotovoltaiche e pale eoliche, più volte nel mirino di enti ecologisti (per quanto la cosa possa sembrare paradossale).
  • La manutenzione ed i costi di smaltimento per queste attrezzature: non ne parla nessuno, ma i pannelli fotovoltaici sono tutt’altro che eterni, mediamente “campano” 30-40 anni.
  • L’inquinamento armonico sulla rete elettrica, dovuto all’utilizzo degli inverter, necessari a trasformare la corrente continua (delle rinnovabili) in corrente alternata (quella presente sulla rete stessa).

E quindi?

E quindi siamo alle solite: quando la soluzione è troppo bella per essere vera, c’è quasi sempre sotto una qualche fregatura.

Torno al discorso iniziale: un problema tecnico richiede soluzioni tecniche, vagliate da persone opportunamente competenti. Altrimenti, si fanno solo discorsi (politicamente) strumentali.

Io non sono un esperto di reti elettriche; però so come informarmi, ritengo di avere una mentalità “scientifica”, e non mi faccio influenzare dai proclami su quanto sia bello e pulito tappezzare lo Stivale con pannelli fotovoltaici.

Non si tratta unicamente di un problema di cultura e di buona volontà: c’è molto di più di questo.

L’importante è esserne consapevoli… specie nelle “stanze che contano”.

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2 thoughts on “I miei 2 cents sulle energie rinnovabili

    • E i costi? E l’inquinamento?
      Sarebbe ragionevole/auspicabile/fattibile?
      Sulla carta, funziona tutto. Per esempio il KiteGen, che mi sembra molto interessante.
      Ma poi bisogna fare i conti con una realtà che l’idrocarburo ha ritagliato su se stesso.
      Non dico che sia impossibile; dico che è molto meno semplice di quanto qualcuno voglia far credere.

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