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La macchina del tempo

Yves Klein, Le Saut dans le vide, 1960

Yves Klein, Le Saut dans le vide, 1960

Qualche tempo fa, in una situazione d’aula, m’è capitato di imbattermi in me stesso.

La persona che ho incontrato, cioè, era un giovane consulente che somigliava moltissimo a ciò che ero io nel 1999: poco meno che trentenne, carico come una molla, convinto di avere la verità di tasca, aperto a qualunque tipo di sfida, invulnerabile a qualunque tipo di paura.

Certo: in molti avrebbero perso le staffe di fronte all’approccio quasi militaresco che questa persona ha avuto durante la simulazione d’aula. Esibiva spavaldo quel genere atteggiamento del tipo “adesso scendo da Marte e ti racconto come funziona il mondo; tu prendi appunti, da bravo”.

Io invece non potevo non provare una sorta di affetto.

Tra le tante opportunità che la vita ci offre, infatti, credo ci sia anche quella di incontrare persone in grado di ricordarci chi siamo stati. Con i nostri pregi e i nostri difetti.

In lui ad esempio ho ammirato la carica, l’impermeabilità all’ansia da prestazione, la voglia di lanciarsi. Per contro, lo trovavo a tratti davvero irritante… con quella spocchia di chi sa tutto, quella sicumera ostentata, quello sguardo dall’alto in basso.

Sono passati quindici anni e tanti spigoli li ho smussati, volente o nolente.

Comincio ad essere consapevole che il tempo non è infinito, e nelle scarpe altrui bisogna sempre cercare di calarsi.

Per contro, sono a volte sin troppo cauto… trattenuto da un’amigdala che si fa sempre più ingombrante.

Rivedere il me stesso di quindici anni fa, insomma, mi ha dato modo di fare un rapido riesame. Capire che, in qualche modo, quella voglia insana di tuffarsi nel vuoto (e col sorriso sulle labbra) va riscoperta. 

E’ crudele che sia possibile osservare la qualità dei nostri passi, solo girandoci indietro dopo averne fatti molti. Non prima! E più se ne fanno, probabilmente, più questo orizzonte di riesame aumenta.

Ma non è, infondo, una cosa bella?

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