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Valencia

Dal mio diario di due anni fa, il resconto di una quattro giorni valenciana.

E’ un copia-e-incolla! 😉


Eccoci di ritorno dalla Spagna!

Esperienza un po’ faticosa, ma nemmeno troppo (NYC fu peggio); e soprattutto appagante e divertente. Andare via questo week-end lungo, insomma, è stata un’idea dannatamente buona.

Questa volta non ho tenuto un “diario del viaggio”, quindi vado a raccontarlo dettagliatamente ora.

Venerdì 22 Giugno

Siamo partiti in perfetto orario, alle 21. L’esperienza Ryanair è stata nel complesso soddisfacente… a parte il fatto che stavamo (per colpa mia) dirigendoci ai banchi del check-in, quando in realtà, avendolo fatto online, si può andare subito al gate d’imbarco. Ci eravamo fatti diverse paranoie per il peso, ma i controlli sono stati limitati: giusto il test passa-nonpassa “della gabbia metallica”, e solo per Michela. Ottima la faccenda dell’imbarco prioritario: siamo saliti in pochi, e ci siamo potuti scegliere il posto che volevamo. A seguire, una ressa/calca indicibile… anche “per colpa” di un’intera scolaresca di cinnazzi [“ragazzini” in bolognese, n.d.A] spagnoli, che hanno poi dato fondo ai loro ormoni, facendo un certo casino per tutto il volo – anche se sopportabile. Sopportabile anche la continua vendita di roba (cibo, gratta e vinci, profumi…) un po’ meno il prezzo di una coca-cola: 2,50 euro per 250cc, praticamente 1 centesimo al cc!

Atterraggio puntualissimo alle 22:50, e zero problemi a trovare un taxi. Diciamo che, semmai, bisogna “disabituarsi” a parlare l’inglese perché non lo masticano benissimo… e questo lo abbiamo sperimentato anche in seguito. Però l’affinità linguistica consente di intendersi senza troppi voli pindarici: tanto vale parlare subito in Italiano.

Arrivati in loco abbiamo girato alcuni minuti in zona perché non trovavamo la via. La Lonely Planet non riporta tutti i nomi dell’intricato e medioevale centro della città. Gira che ti rigira, alla fine siamo arrivati al portone di Calle Conde de Olocau 3… e ci ha aperto Ita.

Ita è una signora sui 50 anni, abbastanza giovanile e allegra, che somiglia vagamente a Liza Minelli. Parla un ottimo inglese. Ci ha accolto con molto calore (ah, gli spagnoli!), un bel bicchiere d’acqua, e una rapida disanima – cartina alla mano – delle cose da vedere. Nulla che già non sapessi dalla Lonely Planet, ma comunque è stata molto disponibile. Poi ci ha accompagnato al piano di sopra, dove era la nostra camera. Quest’ultima si apriva su un corridoio comune con altre camere, però aveva il bagno indipendente. Non ci si poteva affatto lamentare: molto spaziosa, letto rigido come piace a noi, non troppo caldo (c’era un ventilatore ma non è stato necessario usarlo), bagno ugualmente spazioso e comodo (c’era il bidet!!), e una bottiglia d’acqua con due bicchieri che veniva riempita ogni giorno (per fortuna: quella del rubinetto era a dir poco imbevibile).

Non c’è che dire: siamo stati benone e non c’era di che lamentarsi… anche come posizione: 5 minuti a piedi, ed eravamo nella centralissima Plaza de la Virgen.

Sabato 23 Giugno

La mattina dopo, “spanish breakfast” (come diceva la padrona di casa) alle 9. Con un ospite olandese, e due coreani! Situazione molto informale, nel salotto di Ita… con una tavola piena zeppa di ogni ben di Dio, anche se perlopiù roba salata (Michela ringrazia): salame, salsine di vari ingredienti, pomodoro a fette, pane di diversi tipi, marmellate, tre tipi di miele, burro di arachidi…. Comunque c’era da mangiare per un bufalo, e ci abbiamo dato dentro. Il caffé era americano, ma va bene così, ci mancherebbe.

Verso le 9:45 è iniziato il nostro tour del centro, che è durato ininterrottamente per sette o otto ore – salvo la pausa pranzo di mezz’oretta al “Neco”, una loro catena di self service (13 euro a testa e roba nella norma). Si è trattata di una maratona intensa, perché eravamo freschi, ed era logico darci dentro; ma l’avremmo poi pagata nei giorni successivi! Comunque sia, il giro è stato molto piacevole. Il centro di Valencia è compatto e si gira molto bene a piedi, anche se è molto intricato (città medioevale appunto) e non è facilissimo ritrovare quei due-tre punti di riferimento universali. Nel complesso, comunque, mi ha sorpreso. Belle le torri Serranos (prima cosa visitata, una salita nemmeno troppo faticosa ma appagante), il Mercado Central (davvero incredibile, lì ho bevuto la prima “Horchata” che non è nemmeno male anche se molto dolce), la Lonja (colonnato incantevole), Plaza de l’Ayuntamento (signorilità di stampo madrileno e una spumeggiante fontana), il Palacio del Marqués (splendido a partire dal portone di ingresso)… giusto per citare alcune cose… non male neanche la parte sud del centro, molto meno medioevale e più modernista. Ecco: diciamo che c’è davvero di tutto, dalle torri medioevali al palazzo con decorazioni liberty. Insomma non ci aspettavamo tanto, e queste ore sono comunque volate – segno che ce la siamo davvero goduta.

La Lonja

La doccia è stata provvidenziale per riprenderci dalla lunga camminata. Tra l’altro Ita ci ha fatto trovare, a bordo vasca, ogni genere di bagnodoccia e shampoo e creme, di almeno 2 “gusti” per tipo… c’erano qualcosa come 8 o 10 tubetti!

Alla sera siamo usciti per andare a mangiare la paella in un ristorante consigliatoci da Ita: l’abbiamo presa di carne, anche perché era per minimo due persone quindi il pesce per me era off-limits. Che devo dire? Nulla di esaltante: pollo ok, coniglio un po’ meno ok, molta verdura a me indigesta, e il riso vabbé. Spesa: intorno ai 35 euro… e devo dire che questa città si è mostrata da subito più cara di come pensavamo. Del resto, è una Spagna turistica… di turismo in forte ascesa – senza contare che era il weekend della Formula 1.

Dopo cena, breve giretto in centro, ma non c’era molta gente. Ecco, diciamo che qui mi sono un po’ sorpreso: mi aspettavo una certa “movida”… e invece nulla. Forse perché la nazionale Spagnola aveva giocato i quarti degli europei? Non si sa. Sta di fatto che ci siamo trattenuti un po’ in Plaza de la Virgen, e poi, a nanna. Tra l’altro la nostra pelle evidenziava già un bell’arrossamento, segno che di sole ne avevamo preso anche semplicemente girando, però il clima è ventilato e quindi non si sente eccessivamente. Per la prossima volta: crema solare da subito!

Domenica 24 Giugno

Solita “spanish breakfast” nel salotto di Ita, coi soliti due olandesi. Qui si tirava a fare un po’ troppa conversazione (su tutto: gli immigrati, la Formula 1, i francesi, Berlusconi…) e forse ci siamo alzati da tavola un po’ tardi, alle 10.

Il programma era quello di noleggiare un risciò o anche due bici, e raggiungere la Città delle Arti e delle Scienze dal centro, passando per il parco del Rio Turia. Tra una e cosa e l’altra, abbiamo impiegato quasi un’ora per raggiungere due noleggiatori in centro, sentirci dire che non facevano il ritiro presso la “Città”, optare per il piano B (la metro), e “sbucare” sul parco del Rio Turia nella fermata della metro Alameda (di Calatrava). A quel punto erano le 11 passate da un po’.

La stazione di Alameda

Fatte le foto di rito alla stazione (che è bella, ma dopo aver visto quelle di Mosca direi che non esiste nulla di meglio!) e al ponte, abbiamo camminato un po’ sul parco, pure sbagliando direzione!, ma è bastato chiedere (sempre gentilissimi gli spagnoli) per imbroccare quella giusta. Benché non capiti spesso di camminare in un grande alveo di fiume riadattato ad area verde, non filtrava un refolo di vento. Cammina cammina, ci siamo ben presto stancati, e siamo risaliti in strada: del resto, Alameda dista 2 km dalla “Città”. Abbiamo dunque preso l’autobus 95, raggiungendo la nostra destinazione. A quel punto erano le 12:30 e abbiamo deciso di infilarci nel centro commerciale prospicente (Aqua) ed anticipare il pranzo, dato che faceva piuttosto caldo ed eravamo un po’ provati dalla giornata precedente e dalla (pur breve) passeggiata nel Rio Turia. Ergo: pranzo da McDonald’s… prendendocela molto comoda per ristorarci con l’aria condizionata. Dopo, siamo andati a vedere il complesso.

Che dire, di questa Città delle Arti e delle Scienze? Imponente e impressionante, lo è di sicuro… a cominciare dal ponte “affettatrice” che è all’ingresso. Certo, sono edifici con poca coerenza l’uno con l’altro – se non per il design estremo. E’ comunque un qualcosa da scatti fotografici a raffica… ma confesso che mi aspettavo di più. Forse l’avevo visto troppe volte in foto! Però ripeto: molto bello e molto unico. Abbiamo visto quasi tutto, evitando giusto di spingerci sino a sotto “l’elmo di Darth Vader” (palazzo Reina Sofia): la temperatura era sì calda, ma leggermente ventilata, e comunque lì c’è molto ombra. Davvero particolare la passeggiata superiore “Paseo de las Esculturas” con gli archi diafani di Calatrava e tante sculture a forma di caramelle quanti sono i paesi membri dell’ONU (credo). In sottofondo, una considerevole “rumba” dalla zona del porto: era in corso il Gran Premio di Formula 1! Era come un nugolo di mille vespe sospeso sopra di noi.

Durante questa passeggiata ne abbiamo approfittato per entrare nel Museo Principe Felipe e fare i biglietti per l’Oceanografico. Lo spettacolo dei delfini era previsto o alle 15:30 o alle 18. Erano le 14:30, ed era impensabile aspettare quasi 4 ore, girovagando in zona. Pur non sapendo a che punto della struttura era il teatro dei delfini (in realtà, come abbiamo poi scoperto, l’Oceanografico è all’aperto e si gira senza vincoli di percorso), abbiamo deciso di andare subito là: un’altra camminata di 10′ buoni, e nel frattempo sentivo che qualcosa “spingeva” il piede destro, ricordandomi all’istante che i medesimi sandali (Quechua) mi avevano dato lo stesso problema a NYC! Fortunatamente lo spettacolo dei delfini si guardava da seduti e all’ombra: carino, nulla che probabilmente non si veda da noi in riviera, ma comunque molto gradevole.

L’Oceanografic e lo spettacolo dei delfini

Finito quello (mezz’oretta se non meno), abbiamo girato questo vasto Oceanografico, in tutti i suoi ricostruiti ambienti del globo: direi che vale i 25 euro del biglietto, se non altro per un paio di acquari veramente strabilianti, come quello a tunnel dove pesci e squali ti “sorvolano” la testa.

Usciti da lì, non ci andava più di tanto di tornare al complesso della “Città”: lo avevamo ormai girato tutto. Semmai, poteva essere interessante aspettare che calasse la luce, per vedere se lo illuminavano. Allora abbiamo deciso di attendere la cena e l’imbrunire. Con la seconda e ultima “Horchata” di questa vacanza, ci siamo diretti a un altro centro commerciale (non ricordo il nome); e qui ci siamo un po’ annoiati… dato che il tempo non passava mai! Se non altro c’era una terrazza dalla quale si gode una bella vista, e siamo stati un po’ lì; poi abbiamo fatto una passeggiata all’interno, e Michela ha anche comprato un coprispalla. Intanto avevamo addocchiato una pizzeria italiana. Alle 20 siamo andati a cena (pizza pessima peraltro), guardando il primo tempo di Italia-Inghilterra degli Europei. Il proprietario del locale – un italiano – non ha saputo dirci se la “Città” sarebbe stata illuminata o meno; ma vabbé, ormai eravamo lì, e nelle 21:30 ci siamo incamminati.

Qui, con grande delusione, l’illuminazione s’è dimostrata essere molto scarsa. Quella poca che c’era, avrebbe risaltato di più se c’era maggiore buio… ma il sole non era tramontato da molto, e i nostri tempi erano un po’ stretti. Abbiamo comunque fatto alcuni scatti sul ponte tra l’Hemisfèric e il Palazzo Reina Sofia, scappando poi prima delle 22:30… perché a quell’ora c’era l’ultima corsa dell’autobus 95, l’unica opzione per tornare in centro a parte il taxi. La metro, alla “Città”, non arriva; non ancora, almeno.

Sull’autobus, ecco l’intoppo vacanziero che ormai come da rito si verifica quasi ad ogni viaggio!

Ci siamo fidati del fatto che la nostra fermata era presso le torri Serranos, e le avremmo sicuramente viste arrivare: ci eravamo pure saliti sopra il giorno prima! Stoltamente non abbiamo avvisato l’autista, la nostra fermata è passata senza che ce ne accorgessimo, e ci siamo ritrovati al capolinea… nel nulla! L’autista ha allargato le braccia, ha detto che lui andava a nanna (!), e che ci conveniva prendere un taxi. Un po’ di panico, dato che non avevamo numeri di telefono (neanche quello di Ita) e di taxi non ce n’era l’ombra… senza contare che, ovviamente, avevamo solo la cartina del centro, e quelle strade di periferia non erano segnate. La zona era di soli vialoni, e aree di servizio deserte: nemmeno un bar aperto. Allora ho fermato un automobilista in mezzo alla strada (!), e lui molto gentilmente ci ha segnalato un ospedale lì vicino. Sono entrato, ho chiesto all’infermiere di turno se poteva procurarci un taxi (!). Una situazione surreale: a parte una coppia con donna incinta, non c’era nessuno, e l’ospedale sembrava deserto quanto il quartiere circostante!

Per fortuna il taxi è arrivato rapidamente, e alle 23:45 eravamo “sani e salvi” in camera… anche se un po’ stanchi, devo dire. Qui ho tolto i sandali, ed eccola lì, sul piede destro, una bella vescica. Ahia!, ho subito deciso che quei sandali sarebbero finiti nel cassonetto: meno peso in valigia, zero rimpianti! Prima di andare a nanna, era opportuno fare una doccia stante la pelle sempre più rossa per il sole; e qui, uscendo dalla vasca, altro danno procurato da me: tirando il telo da bagno, ho staccato un attaccapanni dalla porta! Fatta la doccia, mancava la valigia: chiaramente col trolley si fa prima, ma va comunque perso del tempo per l’opportuno “tetris” di roba.

Lunedì 25 Giugno

Solita colazione e solite chiacchiere. Poi Ita ci ha gentilmente fatto lasciare i trolley nell’ingresso dell’appartamento al primo piano, lasciandoci le chiavi: potevamo così disporre liberamente dell’intera giornata, almeno sino all’orario “di sicurezza” delle 16:30 (il volo era alle 18:55).

Nel tragitto per Plaza de la Virgen mi sono liberato dei sandali Quechua (finiti in un cassonetto), ed ho acquistato in farmacia una crema solare (alla modica cifra di 10,50 euro!) facendomi anche qui capire benissimo con l’italiano.

Il programma della giornata prevedeva un giretto in centro per shopping, e poi mare alla Malvarrosa.

Del primo abbiamo fatto poco per non dire nulla: il tempo a disposizione era quello che era, lo spazio in valigia pure, e non abbiamo trovato niente di stimolante. Ventagli, calzature tipiche, manufatti in legno… nulla di che aprire il portafogli. A dire il vero, m’ero segnato di un mercato interessante che si svolge proprio al Lunedì mattina “nei pressi della fermata metro Amistat”: in rete se ne diceva un gran bene. La fermata era sulla via per il mare. Beh, siamo scesi ad Amistat, ma del mercato manco l’ombra. Abbiamo chiesto a una gentile vecchietta, e ci ha indicato il “Mercado”… che per loro è essenzialmente un fruttivendolo! Non avevo Internet e non potevo consultare meglio gli appunti sul cellulare, dove avevo riportato sia il nome sia la cartina. Mannaggia a me: dovevo portarmi dietro il cartaceo! Non c’è rimasto che fare dietrofront, e proseguire per il mare.

In tutto ci abbiamo messo 20′. La zona della spiaggia è recente, e si vede: pulita ed ordinata – oltre che grande.

La Malvarrosa

Avendo le scarpe da tennis, io mi sono fermato quando è iniziata la sabbia; mentre Michela è andata fino al bagnasciuga per “pucciare” i piedi. Poi abbiamo vagato alla ricerca di una fontana a forma di barca segnalata dalla guida, non trovandola, ma nemmeno impegnandoci troppo: il caldo si faceva opprimente perché il vento dei giorni precedenti si era drasticamente ridotto, e la nostra forza di volontà stava venendo meno! Un giretto dentro ad un negozietto (dove Michela ha provato un pantalone, non comprandolo), una sosta corroborante in un bar per un thé freddo (servito in tazzina calda + bicchiere a parte con ghiaccio!) e coca, e quindi il ritorno sui nostri passi e verso la fermata della metro. Ma con due deviazioni fotografiche: il circuito di Formula 1 (transenne aperte e acesso libero”) e la moderna struttura “Veles e Vents” sul porto (di stampo Wrightiano).

Comunque va detto che in zona non c’è granché da vedere: direi che ha senso venirci solo per andare in spiaggia.

Tornati in centro, erano le 14, cioè l’ora del pranzo per gli spagnoli (!). Ci siamo fermati in una piazza che abbiamo frequentato più o meno spesso, Plaza de la Reina; e qui abbiamo pranzato coi famosi “Pinchos” (che poi non so la differenza coi “Tapas”, forse è uguale): in sostanza dei tramezzini piuttosto buoni fatti col pane delle baguette, il cui conto finale dipende dagli stecchini residui sul piatto. Con l’uovo e salsa tartara, con la salsiccia, col gamberetto fritto, con formaggio e gelatina di pere… ce n’è per tutti i gusti, finendo poi con un espresso. Alla fine abbiamo speso 13 euro a testa, mangiando sì ma senza ingozzarci… a dimostrazione che la città non è economicissima.

Siamo usciti dalla “Taberna de la Reina” che erano le 15 e quindi in anticipo sul previsto orario di partenza dal centro. Camminare ancora? Sì, qualcosa da vedere c’era, ma distante da lì… e cominciavamo a sentire la stanchezza, la pelle bruciata (nonostante la crema), e (io) la vescica. Allora abbiamo optato per la visita dell’interno della Cattedrale: 4 euro a testa, comprensivi di audioguida portatile in italiano. L’interno è suggestivo, con alcuni elementi davvero belli quali alcuni dipinti di Goya, le finestre in alabastro della cupola principale, e il soffitto della cappella che contiene il (falso) Sacro Graal. Diciamo che 4 euro sono un po’ tanti, a meno che non si sia appassionati di arte (l’audioguida, che abbiamo ascoltato in piccola parte, è davvero ben fatta); ma tant’è: non si poteva non visitare l’interno della cattedrale!

Siamo usciti che erano circa le 16 e qui ci siamo resi conto, mestamente, che la vacanza era davvero finita ed era ora di rientrare al B&B per recuperare i trolley!

Di fronte al portone abbiamo incrociato Ita: mi sono profondamente scusato per il danno dell’attacapanni (“nessun problema, devo trovare qualcosa di più leggero!”), e ci siamo salutati con calore: siamo stati davvero bene, e gliel’abbiamo detto. Saliti per l’ultima volta al primo piano, abbiamo fatto alcune nostalgiche foto alla camera (!), e abbiamo ricontrollato il peso trolley. Quello di Michela pesava 10kg precisi, e il mio 9.7 (nonostante le scarpe in meno): a dimostrazione che il peso al ritorno lievita sempre!

Siamo scesi, e poi via a piedi sino alla fermata della metro Xàtiva (purtroppo la metro non passa per il centro vivo della città). Un bel collaudo per le rotelle dei nostri trolley!, che si sono rivelati un ottimo acquisto. In 20′ circa siamo arrivati all’aeroporto, dove ho anche imbucato le cartoline. I nostri tempi erano stati calibrati perfettamente, e non abbiamo atteso troppo.

Nessun problema Ryanair al ritorno, anche se il pilota era più “sportivo” che non quello di Venerdì… ma siamo arrivati con la solita e ferrea puntualità delle linee aeree gialloblù.


Il mio diario finisce qui! Le mie fotografie, invece, a questi link Flickr:

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