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Uno scotoma per amico

Vasi oculari, da Wikimedia Commons

[DISCLAIMER: articolo ad alto contenuto ipocondriaco!]

Copiando par pari la definizione presa da Wikipedia, uno scotoma

…sta ad indicare, nel linguaggio medico, un’area di cecità, parziale o completa, all’interno del campo visivo, generalmente dovuta a lesioni del tessuto nervoso…

Una Domenica mattina di svariati mesi fa, mentre facevo colazione, noto appunto una piccola area cieca nel campo visivo dell’occhio sinistro. Poiché era fissa, non si trattava di miodesopsia, a me peraltro già nota (non ci facciamo mancare nulla e ne abbiamo a chili anche di quelle).

Naturalmente il mio potente propulsore ipocondriaco si mette subito in moto. Tanto che compio in modo sistematico due attività rigorosamente verboten in questi casi:

  1. Cercare su Internet per capire se è grave. Pericolosissimo perché si sa: qualunque sintomo si abbia, basta guardare Wikipedia per concludere che hai due mesi di vita.
  2. Controllarsi continuamente. Tanto che a un certo punto una collega mi ha visto seduto alla scrivania mentre mi coprivo l’occhio “sano” per controllare meglio la macchia, ed è piombata in ufficio chiedendomi: “Ma… stai piangendo? Cosa succede?”.

Vado dal medico di base, che se ne lava le mani (lo capisco) sentenziando: ci vuole una visita specialistica dall’oculista.

Sta di fatto che ci metto dieci mesi a prenotarla! Ogni scusa era buona:

  • Adesso è troppo caldo.
  • Aspettiamo a dopo le ferie, valà.
  • Siamo appena rientrati dalle ferie, diamoci pace!
  • Adesso ci sono le vacanze di Natale, voglio mica rovinarmele eh?
  • Uhm, a Febbraio c’è la verifica ISO 9001 in azienda, un momento stressante, facciamo dopo quella.

Nel frattempo l’amico scotoma restava lì. Sicuramente invariato in termini di dimensioni ed entità; ma era il mio cervello a vederlo sempre diverso. A volte mi sembrava grande come uno Zeppelin, a volte una roba “che infondo non è fastidioso e tanto varrebbe farci nulla”. Oscillavo costantemente tra queste due soluzioni… auto-producendo prove ora a favore dell’una, ora a favore dell’altra.

Finalmente, spinto anche da mia moglie che pure lei voleva farne una per controllo, vado alla visita oculistica.

Il dottore – che somiglia a Gregory House ed è molto simpatico – fa gli esami di rito, comprensivi delle malefiche gocce per dilatare le pupille, e conclude così:

Mah, io non vedo nulla. Però lei qualcosa la vede… e quindi è meglio approfondire.Si possono fare due verifiche: un esame del campo visivo; e una “OCT”, che in sostanza è una TAC alla retina.

Alla parola “TAC” io comincio già ad immaginarmi sul letto di morte, con flebo attaccate, le infermiere dallo sguardo affranto, la mamma che piange a dirotto. Mi faccio coraggio e gli dico: sa, io sono un po’ ipocondriaco… può essere qualcosa di grave?

E lui:

Non me lo chieda! Finché non approfondiamo, mi è impossibile dirglielo. Aspettiamo gli esiti.

E che t’aspettavi, Nicola? Una pacca sulla spalla e un “siamo su scherzi a parte”?

Mi rassegno, e mi affretto a prenotare questi esami. Nel frattempo chiamo a raccolta tutti i miei antenati shaolin per mantenere la calma; mi vieto assolutamente di leggere su Internet; e cerco di ubriacarmi di quotidianità per non pensare.

Arriva il giorno fatidico e scopro così che la famigerata TAC è una cosa alquanto veloce e indolore: “appoggi mento e fronte, guardi la crocettina nell’oculare, stia ben fermo, OK finito”.

L’esame del campo visivo invece è una tortura: almeno 10′ per occhio, devi fissare un puntino luminoso e ogni tanto nella sua periferia si accendono delle lucette di intensità differente. Hai un pulsante in mano: se vedi la lucetta, devi premerlo. Verso la fine cominciavo a vedere i santi martiri anziché le lucette.

Finiti gli esami, mi fanno accomodare nella saletta. Nel porta riviste c’è solo “Wired”… e meno male che esiste Twitter: in qualche modo devo pur distrarmi.

Dopo un tempo per me interminabile (saranno stati 10′ reali) si avvicina la segretaria, che con voce flautata mi dice:

Guardi, di solito il dottore comunica i risultati telefonicamente. Ma in questo caso la vedrà di persona.

Ma come di persona?? E perché? Cosa mi deve dire, di così urgente?

Di nuovo, la mia mente elabora le peggiori cose – incluse le mie ultime volontà, ovviamente.

Finalmente il dottor House mi riceve.

Mi spiana davanti la stampa della TAC alla retina sinistra, e indica con la penna una piccola (minuscola in effetti) macchia bianca.

Eccallà, penso subito, ci siamo.

Poi dice:

Vede qui? Beh, è una minuscola zona di atrofia della retina. Sicuramente lei vede una macchia, ma… non siamo perfetti: qualche difetto ce l’abbiamo tutti. Probabilmente lei è uno che si preoccupa facilmente, e li ingigantisce un po’. Possiamo farci qualcosa? No.  Se poi vuole prendere un po’ di vitamine, male non fa…

Probabilmente il mio sospiro di sollievo s’è sentito anche negli appennini.

Avrei fatto meglio ad evitare di preoccuparmi fin da subito. Ma va te a saperlo…

La mia personale morale della favola

  1. Inutile cercare informazioni (su Internet o altrove) per avere risposte. Sei un medico? No!, l’argomento è molto complesso e il corpo umano anche di più. Qualunque risposta ti dai, non sarà mai quella definitiva; e servirà solo a renderti ansioso.
  2. L’eccesso di sensibilità e di attenzione provoca un risultato contrario a quello sperato, cioè ingigantisce i problemi. 
  3. Tonino Guerra era sin troppo cauto quando diceva che “l’ottimismo è il profumo della vita”. Diciamo pure che una vita priva di ottimismo non è, semplicemente, vita.
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